Negli anni ’70 l’Italia fu attraversata da una profonda trasformazione sociale e politica, segnata dalla nascita di gruppi terroristici extraparlamentari come le Brigate Rosse, che scelsero la lotta armata per tentare di destabilizzare lo Stato democratico. Questo periodo, denominato “anni di piombo”, fu caratterizzato da un terrorismo di natura politica che prevedeva l’uso della violenza per delegittimare le istituzioni, percepite come antagoniste. Il contesto politico era dominato dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Comunista Italiano e dalla Chiesa cattolica, figura centrale nella vita pubblica, grazie anche alla sua posizione costituzionalmente garantita dall’articolo 7. Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa si aprì ad un processo di autoriforma, superando le rigide strutture gerarchiche a tal punto che molti sacerdoti si impegnarono attivamente nella sfera sociale e civile. Tuttavia, questa apertura portò ad una rottura del rapporto tradizionale tra la Chiesa e la DC soprattutto a causa della strategia del compromesso storico promosso dal leader Aldo Moro. Intanto, le Brigate Rosse radicalizzarono la propria strategia indirizzandola contro le figure centrali dello Stato. Il culmine fu il rapimento di Moro avvenuto il 16 marzo 1978: colpendo l’artefice del compromesso storico, volevano delegittimare lo Stato e impedire la nascita di un’alleanza politica ritenuta pericolosa per la sopravvivenza dell’alternativa rivoluzionaria. Lo Stato, nel tentativo di salvare Moro, coerentemente con la linea della fermezza già applicata nel sequestro Sossi, rifiutò qualsiasi trattativa con i terroristi, mentre la Chiesa cattolica, pur dimostrando attenzione e rispetto per le decisioni dell’esecutivo e pur pronunciandosi in sostegno alle istituzioni, mostrò maggiore disponibilità al riconoscimento della dimensione umana e sociale dei sequestratori, impegnandosi a favorire la salvezza dell’ostaggio attraverso canali alternativi, come l’appello di Papa Paolo VI che ne rappresentò l’esempio simbolo. Il confronto tra i sequestri di Sossi e di Moro consente di cogliere la diversa percezione istituzionale che lo Stato attribuì ai due eventi: Sossi in quanto magistrato rappresentava il potere giudiziario, autonomo rispetto agli altri poteri dello Stato. Moro, invece, rivestiva una posizione politica di vertice e il suo rapimento coinvolgeva direttamente l’indirizzo politico del governo: una trattativa per la sua liberazione avrebbe implicato il riconoscimento giuridico e politico delle BR, compromettendo la legittimità dello Stato. Il 1978 segnò un punto di svolta: la crisi morale e strategica delle BR, seguita alla morte di Moro, portò a una riorganizzazione dell’apparato repressivo dello Stato che intensificò gli arresti e e le operazioni di polizia, mentre il fenomeno del pentitismo contribuì alla disgregazione delle organizzazioni terroristiche. La presenza di numerosi brigatisti in carcere mise, però, in luce le criticità del sistema penitenziario, in particolare delle carceri speciali, spesso denunciate per condizioni degradanti e violazioni della dignità umana. In questo contesto la Chiesa assunse un ruolo complementare rispetto allo Stato, intervenendo attraverso i cappellani e le organizzazioni religiose per promuovere una visione della pena orientata al recupero e al reinserimento sociale. Si fece inoltre promotrice di percorsi di riconciliazione svolgendo una funzione di mediazione con i detenuti pentiti o dissociati. Ciò si concretizzò simbolicamente con la consegna delle armi in Curia da parte di alcuni ex militanti il 13 giugno 1984, un gesto che testimoniò il riconoscimento del ruolo della Chiesa come ponte tra istituzioni e organizzazioni armate, riaffermando la sua importanza nella gestione del conflitto politico-terroristico.
I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica negli “anni di piombo”
PELLEGRINO, ELENA
2024/2025
Abstract
Negli anni ’70 l’Italia fu attraversata da una profonda trasformazione sociale e politica, segnata dalla nascita di gruppi terroristici extraparlamentari come le Brigate Rosse, che scelsero la lotta armata per tentare di destabilizzare lo Stato democratico. Questo periodo, denominato “anni di piombo”, fu caratterizzato da un terrorismo di natura politica che prevedeva l’uso della violenza per delegittimare le istituzioni, percepite come antagoniste. Il contesto politico era dominato dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Comunista Italiano e dalla Chiesa cattolica, figura centrale nella vita pubblica, grazie anche alla sua posizione costituzionalmente garantita dall’articolo 7. Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa si aprì ad un processo di autoriforma, superando le rigide strutture gerarchiche a tal punto che molti sacerdoti si impegnarono attivamente nella sfera sociale e civile. Tuttavia, questa apertura portò ad una rottura del rapporto tradizionale tra la Chiesa e la DC soprattutto a causa della strategia del compromesso storico promosso dal leader Aldo Moro. Intanto, le Brigate Rosse radicalizzarono la propria strategia indirizzandola contro le figure centrali dello Stato. Il culmine fu il rapimento di Moro avvenuto il 16 marzo 1978: colpendo l’artefice del compromesso storico, volevano delegittimare lo Stato e impedire la nascita di un’alleanza politica ritenuta pericolosa per la sopravvivenza dell’alternativa rivoluzionaria. Lo Stato, nel tentativo di salvare Moro, coerentemente con la linea della fermezza già applicata nel sequestro Sossi, rifiutò qualsiasi trattativa con i terroristi, mentre la Chiesa cattolica, pur dimostrando attenzione e rispetto per le decisioni dell’esecutivo e pur pronunciandosi in sostegno alle istituzioni, mostrò maggiore disponibilità al riconoscimento della dimensione umana e sociale dei sequestratori, impegnandosi a favorire la salvezza dell’ostaggio attraverso canali alternativi, come l’appello di Papa Paolo VI che ne rappresentò l’esempio simbolo. Il confronto tra i sequestri di Sossi e di Moro consente di cogliere la diversa percezione istituzionale che lo Stato attribuì ai due eventi: Sossi in quanto magistrato rappresentava il potere giudiziario, autonomo rispetto agli altri poteri dello Stato. Moro, invece, rivestiva una posizione politica di vertice e il suo rapimento coinvolgeva direttamente l’indirizzo politico del governo: una trattativa per la sua liberazione avrebbe implicato il riconoscimento giuridico e politico delle BR, compromettendo la legittimità dello Stato. Il 1978 segnò un punto di svolta: la crisi morale e strategica delle BR, seguita alla morte di Moro, portò a una riorganizzazione dell’apparato repressivo dello Stato che intensificò gli arresti e e le operazioni di polizia, mentre il fenomeno del pentitismo contribuì alla disgregazione delle organizzazioni terroristiche. La presenza di numerosi brigatisti in carcere mise, però, in luce le criticità del sistema penitenziario, in particolare delle carceri speciali, spesso denunciate per condizioni degradanti e violazioni della dignità umana. In questo contesto la Chiesa assunse un ruolo complementare rispetto allo Stato, intervenendo attraverso i cappellani e le organizzazioni religiose per promuovere una visione della pena orientata al recupero e al reinserimento sociale. Si fece inoltre promotrice di percorsi di riconciliazione svolgendo una funzione di mediazione con i detenuti pentiti o dissociati. Ciò si concretizzò simbolicamente con la consegna delle armi in Curia da parte di alcuni ex militanti il 13 giugno 1984, un gesto che testimoniò il riconoscimento del ruolo della Chiesa come ponte tra istituzioni e organizzazioni armate, riaffermando la sua importanza nella gestione del conflitto politico-terroristico.| File | Dimensione | Formato | |
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