Gli studi sulla devianza femminile sono rimasti per secoli degli orizzonti inesplorati a causa dell’ormai consolidata subordinazione femminile in ambito giuridico, familiare, sociale ed economico. Quando nel XIX secolo la scuola positiva iniziò ad indirizzare l’attenzione verso la figura del criminale, discostandosi dal tradizionale studio della condotta criminosa che caratterizzava la scuola classica, diede il via ad un feroce dibattito sul perché il criminale arrivasse a delinquere, portando gli studiosi ad una netta frattura che vide contrapposti i fautori del libero arbitrio e i sostenitori del determinismo biologico. L’antropologia criminale, la cui nascita può essere ricondotta in termini storici e metodologici all’opera del medico veronese Cesare Lombroso, sviluppò la teoria dell’atavismo secondo cui il comportamento criminale non era altro che l’espressione di un’inferiorità naturale del soggetto agente che, degenerato nei fattori biologici e psichici, rappresentava un ritorno alle forme più primitive ed arretrate dell’evoluzione umana. In quest’ottica, la devianza, riconoscibile già dai tratti somatici e dimostrabile attraverso le misure antropometriche per anni studiate dai positivisti, assumeva una dimensione deterministica e naturalistica in forza della quale l’atto delinquenziale non veniva determinato in base ad una scelta libera e consapevole del soggetto agente (naturalmente privo di libero arbitrio) ma trovava la sua genesi in una predisposizione personale naturale ed innata. L’ideologia di un’inferiorità biologica della donna (normale o criminale che fosse), coadiuvata dall’applicazione di questa teoria alla componente femminile del criminalità, portò alla costruzione della figura della prostituita come “criminale per eccellenza”, come una condizione che rappresentasse la “naturale regressione delle donne” incarnando nello stesso corpo un’anomalia biologica, una somiglianza somatica con l’uomo criminale e una moralità pericolosa. La prostituzione divenne la controparte femminile della delinquenza maschile e, non potendo riservare diversi trattamenti a “due frutti dello stesso albero maledetto” si iniziò ad applicare all’attività di vendita di sesso un meccanismo di controllo stringente, facendo leva sulla nuova categoria di “classi pericolose”. La prostituita venne così stigmatizzata come individuo patologico e ozioso, come veicolo vivente della diffusione del contagio sifilitico e del decadimento morale della società. Ciò legittimò lo Stato a segregare ed emarginare per anni le povere donne costrette al meretricio, sottoponendole ad una costante violazione della libertà individuale da parte della polizia di pubblica sicurezza, attraverso una spersonalizzazione e una privazione dell’identità personale dovuta alla clausura nelle case di tolleranza, proprio come “come cavalli in una scuderia”.

LA CRIMINALITÀ FEMMINILE NELL’OTTOCENTO: LIBERO ARBITRIO E DETERMINISMO BIOLOGICO TRA DEVIANZA E PROSTITUZIONE.

CIALINI, SIRIA
2024/2025

Abstract

Gli studi sulla devianza femminile sono rimasti per secoli degli orizzonti inesplorati a causa dell’ormai consolidata subordinazione femminile in ambito giuridico, familiare, sociale ed economico. Quando nel XIX secolo la scuola positiva iniziò ad indirizzare l’attenzione verso la figura del criminale, discostandosi dal tradizionale studio della condotta criminosa che caratterizzava la scuola classica, diede il via ad un feroce dibattito sul perché il criminale arrivasse a delinquere, portando gli studiosi ad una netta frattura che vide contrapposti i fautori del libero arbitrio e i sostenitori del determinismo biologico. L’antropologia criminale, la cui nascita può essere ricondotta in termini storici e metodologici all’opera del medico veronese Cesare Lombroso, sviluppò la teoria dell’atavismo secondo cui il comportamento criminale non era altro che l’espressione di un’inferiorità naturale del soggetto agente che, degenerato nei fattori biologici e psichici, rappresentava un ritorno alle forme più primitive ed arretrate dell’evoluzione umana. In quest’ottica, la devianza, riconoscibile già dai tratti somatici e dimostrabile attraverso le misure antropometriche per anni studiate dai positivisti, assumeva una dimensione deterministica e naturalistica in forza della quale l’atto delinquenziale non veniva determinato in base ad una scelta libera e consapevole del soggetto agente (naturalmente privo di libero arbitrio) ma trovava la sua genesi in una predisposizione personale naturale ed innata. L’ideologia di un’inferiorità biologica della donna (normale o criminale che fosse), coadiuvata dall’applicazione di questa teoria alla componente femminile del criminalità, portò alla costruzione della figura della prostituita come “criminale per eccellenza”, come una condizione che rappresentasse la “naturale regressione delle donne” incarnando nello stesso corpo un’anomalia biologica, una somiglianza somatica con l’uomo criminale e una moralità pericolosa. La prostituzione divenne la controparte femminile della delinquenza maschile e, non potendo riservare diversi trattamenti a “due frutti dello stesso albero maledetto” si iniziò ad applicare all’attività di vendita di sesso un meccanismo di controllo stringente, facendo leva sulla nuova categoria di “classi pericolose”. La prostituita venne così stigmatizzata come individuo patologico e ozioso, come veicolo vivente della diffusione del contagio sifilitico e del decadimento morale della società. Ciò legittimò lo Stato a segregare ed emarginare per anni le povere donne costrette al meretricio, sottoponendole ad una costante violazione della libertà individuale da parte della polizia di pubblica sicurezza, attraverso una spersonalizzazione e una privazione dell’identità personale dovuta alla clausura nelle case di tolleranza, proprio come “come cavalli in una scuderia”.
2024
Devianza femminile
Donna delinquente
Criminalità
Prostituzione
Regolamentazione
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14251/3321