Anche le persone con disabilità hanno il diritto di realizzare il proprio Progetto di vita. Questa affermazione può sembrare paradossale agli occhi di chi guarda la disabilità adottando il modello medico e associandola, quindi, alla sola etichetta diagnostica; oppure a coloro che la guardano con le lenti proprie del modello sociale, secondo cui è sufficiente compensare l’ambiente con mezzi funzionali per soddisfare l’esistenza dell’individuo (Cottini, 2017). Per promuovere la dignità della persona è necessario ampliare lo sguardo oltre gli ideali di cura assistenza e gli ausili tecnici per la mobilità, sostenendo che, per diventare adulto, l’essere umano dev’essere prima di tutto pensato in quanto tale, cioè considerato capace nelle autonomie e nell’autodeterminazione, sempre possibili per tutti e per ciascuno. Uno dei bisogni maggiormente rivendicati dalle persone con disabilità è quello di normalità, non di specialità; in questi termini, la nuova definizione di disabilità contenuta nell’ nell’ICF (International Classification of Functioning, disability and healthy; OMS, 2007) indica un avvicinamento fra il concetto di normalità e quello di diversità, ritenendo tale condizione non un’esclusiva di alcune persone, ma piuttosto un possibile accadimento nella vita di qualsiasi individuo. Pertanto, anche le persone con disabilità hanno il diritto di condurre una Vita di qualità all’insegna della bellezza. Numerosi pregiudizi e stereotipi negativi, però, sembrerebbero disconfermare quanto affermato; una delle cause della permanenza di queste false convinzioni risiede negli indizi visibili stereotipici che caratterizzano l’esteriorità dell’individuo, i quali, contemporaneamente, si fanno “narratori” di bisogni assistenzialistici e “suggeritori” di un’eterna dipendenza dalle figure adulte. Molte volte si sostituisce l’autodeterminazione delle persone con disabilità con la propria, ritenendole incapaci nella scelta o prive di interessi; magari perché capita di osservarle assistite in tutto, oppure perché contestualmente inadeguate, ad esempio con indosso abiti trascurati o caratterizzati da una cura igienica carente. Gli indizi visibili, infatti, hanno un ruolo decisivo nella formazione delle prime impressioni, nonostante possano non corrispondere alle qualità interiori del soggetto. Per chi si impegna nel settore educativo, dunque, l’invito è quello di promuovere fin dalla prima infanzia un’educazione all’autonomia per lo sviluppo delle competenze di bambini e ragazzi con disabilità. In un mondo sempre più caratterizzato da forme di contatto online, le fotografie possono rivelarsi degli strumenti preziosi per creare una rete collaborativa in questo intento, dimostrando che il termine “disabilità” non è sinonimo di “incapacità”. Per fare ciò, le immagini devono essere pensate e pubblicate affinché gli indizi visibili di cui si avvalgono siano volti ad una rappresentazione adulta e indipendente, possibile per tutti e per ciascuno, con lo scopo di garantire alla persona un ruolo attivo e protagonista nel mondo. In termini di sviluppi futuri, rivolgendosi soprattutto ai contesti educativi, è importante formare le figure adulte nella realizzazione di scatti fotografici critici e attenti alla dignità della persona, affinché le immagini ottenute e pubblicate non siano casuali e portatrici di indizi stereotipati, ma piuttosto diventino un’occasione specifica per l’individuo di mostrarsi abile e capace verso la conquista di nuove autonomie. È la bellezza che risiede nella fiducia per le proprie capacità: nel momento in cui riscontrano un riconoscimento esterno, il soggetto può a sua volta riverberare bellezza.
La formazione delle prime impressioni sulle persone con disabilità: adultità e bellezza come obiettivi fotografici.
STEFANI, LUCIA
2024/2025
Abstract
Anche le persone con disabilità hanno il diritto di realizzare il proprio Progetto di vita. Questa affermazione può sembrare paradossale agli occhi di chi guarda la disabilità adottando il modello medico e associandola, quindi, alla sola etichetta diagnostica; oppure a coloro che la guardano con le lenti proprie del modello sociale, secondo cui è sufficiente compensare l’ambiente con mezzi funzionali per soddisfare l’esistenza dell’individuo (Cottini, 2017). Per promuovere la dignità della persona è necessario ampliare lo sguardo oltre gli ideali di cura assistenza e gli ausili tecnici per la mobilità, sostenendo che, per diventare adulto, l’essere umano dev’essere prima di tutto pensato in quanto tale, cioè considerato capace nelle autonomie e nell’autodeterminazione, sempre possibili per tutti e per ciascuno. Uno dei bisogni maggiormente rivendicati dalle persone con disabilità è quello di normalità, non di specialità; in questi termini, la nuova definizione di disabilità contenuta nell’ nell’ICF (International Classification of Functioning, disability and healthy; OMS, 2007) indica un avvicinamento fra il concetto di normalità e quello di diversità, ritenendo tale condizione non un’esclusiva di alcune persone, ma piuttosto un possibile accadimento nella vita di qualsiasi individuo. Pertanto, anche le persone con disabilità hanno il diritto di condurre una Vita di qualità all’insegna della bellezza. Numerosi pregiudizi e stereotipi negativi, però, sembrerebbero disconfermare quanto affermato; una delle cause della permanenza di queste false convinzioni risiede negli indizi visibili stereotipici che caratterizzano l’esteriorità dell’individuo, i quali, contemporaneamente, si fanno “narratori” di bisogni assistenzialistici e “suggeritori” di un’eterna dipendenza dalle figure adulte. Molte volte si sostituisce l’autodeterminazione delle persone con disabilità con la propria, ritenendole incapaci nella scelta o prive di interessi; magari perché capita di osservarle assistite in tutto, oppure perché contestualmente inadeguate, ad esempio con indosso abiti trascurati o caratterizzati da una cura igienica carente. Gli indizi visibili, infatti, hanno un ruolo decisivo nella formazione delle prime impressioni, nonostante possano non corrispondere alle qualità interiori del soggetto. Per chi si impegna nel settore educativo, dunque, l’invito è quello di promuovere fin dalla prima infanzia un’educazione all’autonomia per lo sviluppo delle competenze di bambini e ragazzi con disabilità. In un mondo sempre più caratterizzato da forme di contatto online, le fotografie possono rivelarsi degli strumenti preziosi per creare una rete collaborativa in questo intento, dimostrando che il termine “disabilità” non è sinonimo di “incapacità”. Per fare ciò, le immagini devono essere pensate e pubblicate affinché gli indizi visibili di cui si avvalgono siano volti ad una rappresentazione adulta e indipendente, possibile per tutti e per ciascuno, con lo scopo di garantire alla persona un ruolo attivo e protagonista nel mondo. In termini di sviluppi futuri, rivolgendosi soprattutto ai contesti educativi, è importante formare le figure adulte nella realizzazione di scatti fotografici critici e attenti alla dignità della persona, affinché le immagini ottenute e pubblicate non siano casuali e portatrici di indizi stereotipati, ma piuttosto diventino un’occasione specifica per l’individuo di mostrarsi abile e capace verso la conquista di nuove autonomie. È la bellezza che risiede nella fiducia per le proprie capacità: nel momento in cui riscontrano un riconoscimento esterno, il soggetto può a sua volta riverberare bellezza.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
Stefani.Lucia.pdf
Accesso riservato
Dimensione
1.52 MB
Formato
Adobe PDF
|
1.52 MB | Adobe PDF |
I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/20.500.14251/3616