Introduzione. La deumanizzazione, intesa come negazione o attenuazione dell’umanità dell’altro, è una forma sottile e pervasiva di stigma verso le persone con disturbi psichici. Studi recenti (es. Boysen et al., 2020) mostrano che tali persone vengono talvolta collocate come “meno evolute” lungo la scala dell’umanità, suggerendo che lo stigma non si esaurisca in stereotipi e discriminazione, ma si intrecci con profonde dinamiche di svalutazione. Comprendere i meccanismi della deumanizzazione è quindi cruciale per sviluppare strategie efficaci di riduzione dello stigma. Obiettivi. Il presente studio mira a indagare la deumanizzazione delle persone con disagio psichico nella popolazione generale, con particolare attenzione a tre ipotesi di ricerca: 1. le persone con disturbi psichici sono percepite come meno “evolute” e meno “umane” rispetto alla popolazione generale; 2. livelli inferiori di conoscenza sulla salute mentale si associano a percezioni più deumanizzanti; 3. atteggiamenti / comportamenti più discriminatori si associano a rappresentazioni maggiormente disumanizzanti. Metodi. È stato condotto uno studio cross-sectional mediante questionario online diffuso in quattro Paesi europei (Italia, Finlandia, Polonia, Regno Unito) con campionamente a valanga (snowball sampling). Ai fini della presente tesi, sono stati analizzati esclusivamente i dati relativi al sottocampione italiano. Gli strumenti utilizzati comprendevano: la Ascent of Man (deumanizzazione), la Mental Health Knowledge Schedule – MAKS (conoscenza), e la Reported and Intended Behaviour Scale – RIBS (comportamenti). Sono state raccolte variabili sociodemografiche; le differenze tra disturbi e le associazioni tra variabili sono state analizzate con test non parametrici (Friedman), correlazioni di Spearman (ρ) e modelli di regressione multivariata. Risultati. L’ipotesi 1 è stata confermata: persone con disabilità intellettiva, dipendenze patologiche e schizofrenia risultano percepite come significativamente meno “evolute” rispetto a persone con condizioni come ansia e depressione (p < .001). Per l’ipotesi 2, la conoscenza è inversamente associata alla deumanizzazione solo per disabilità intellettiva (ρ = –.192, p < .001) e dipendenze patologiche (ρ = –.141, p = .014); non emergono correlazioni significative per gli altri disturbi. Per l’ipotesi 3, una maggiore disponibilità al contatto (RIBS) si associa a minore deumanizzazione per depressione, ansia, DOC, ADHD e anoressia (ρ compresi tra .141 e .177), ma non per schizofrenia, dipendenze patologiche e disabilità intellettiva. Conclusioni. Nella popolazione generale italiana sono presenti percezioni disumanizzanti con gradienti di “umanità percepita” che variano per diagnosi. La conoscenza sembra contribuire alla riduzione della deumanizzazione soprattutto nelle condizioni più stigmatizzanti (disabilità intellettiva e dipendenze patologiche), mentre la disponibilità al contatto appare protettiva soprattutto per disturbi più comuni e familiari. Gli interventi anti-stigma dovrebbero quindi andare oltre la sola trasmissione di conoscenze e promuovere esperienze di contatto significative, capaci di contrastare stereotipi radicati e rappresentazioni disumanizzanti.
Percezione di deumanizzazione e conoscenza della salute mentale
SPALLANZANI, MARIA CELESTE
2024/2025
Abstract
Introduzione. La deumanizzazione, intesa come negazione o attenuazione dell’umanità dell’altro, è una forma sottile e pervasiva di stigma verso le persone con disturbi psichici. Studi recenti (es. Boysen et al., 2020) mostrano che tali persone vengono talvolta collocate come “meno evolute” lungo la scala dell’umanità, suggerendo che lo stigma non si esaurisca in stereotipi e discriminazione, ma si intrecci con profonde dinamiche di svalutazione. Comprendere i meccanismi della deumanizzazione è quindi cruciale per sviluppare strategie efficaci di riduzione dello stigma. Obiettivi. Il presente studio mira a indagare la deumanizzazione delle persone con disagio psichico nella popolazione generale, con particolare attenzione a tre ipotesi di ricerca: 1. le persone con disturbi psichici sono percepite come meno “evolute” e meno “umane” rispetto alla popolazione generale; 2. livelli inferiori di conoscenza sulla salute mentale si associano a percezioni più deumanizzanti; 3. atteggiamenti / comportamenti più discriminatori si associano a rappresentazioni maggiormente disumanizzanti. Metodi. È stato condotto uno studio cross-sectional mediante questionario online diffuso in quattro Paesi europei (Italia, Finlandia, Polonia, Regno Unito) con campionamente a valanga (snowball sampling). Ai fini della presente tesi, sono stati analizzati esclusivamente i dati relativi al sottocampione italiano. Gli strumenti utilizzati comprendevano: la Ascent of Man (deumanizzazione), la Mental Health Knowledge Schedule – MAKS (conoscenza), e la Reported and Intended Behaviour Scale – RIBS (comportamenti). Sono state raccolte variabili sociodemografiche; le differenze tra disturbi e le associazioni tra variabili sono state analizzate con test non parametrici (Friedman), correlazioni di Spearman (ρ) e modelli di regressione multivariata. Risultati. L’ipotesi 1 è stata confermata: persone con disabilità intellettiva, dipendenze patologiche e schizofrenia risultano percepite come significativamente meno “evolute” rispetto a persone con condizioni come ansia e depressione (p < .001). Per l’ipotesi 2, la conoscenza è inversamente associata alla deumanizzazione solo per disabilità intellettiva (ρ = –.192, p < .001) e dipendenze patologiche (ρ = –.141, p = .014); non emergono correlazioni significative per gli altri disturbi. Per l’ipotesi 3, una maggiore disponibilità al contatto (RIBS) si associa a minore deumanizzazione per depressione, ansia, DOC, ADHD e anoressia (ρ compresi tra .141 e .177), ma non per schizofrenia, dipendenze patologiche e disabilità intellettiva. Conclusioni. Nella popolazione generale italiana sono presenti percezioni disumanizzanti con gradienti di “umanità percepita” che variano per diagnosi. La conoscenza sembra contribuire alla riduzione della deumanizzazione soprattutto nelle condizioni più stigmatizzanti (disabilità intellettiva e dipendenze patologiche), mentre la disponibilità al contatto appare protettiva soprattutto per disturbi più comuni e familiari. Gli interventi anti-stigma dovrebbero quindi andare oltre la sola trasmissione di conoscenze e promuovere esperienze di contatto significative, capaci di contrastare stereotipi radicati e rappresentazioni disumanizzanti.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/3724