Questa tesi illustra come le garanzie internazionali per le minoranze linguistiche si traducano nella prassi nazionale in Italia, prendendo i Ladini della Val Fodom come caso di studio mirato. In primo luogo, chiarisce il concetto di «minoranza», mostrando perché non esista una definizione vincolante univoca e perché siano necessari sia elementi oggettivi (lingua, inferiorità numerica, non-dominanza) sia elementi soggettivi (autoidentificazione e volontà collettiva di persistere). La tesi mappa le soglie controverse, i dibattiti su cittadinanza e residenza e la rilevanza dello status minoritario a livello statale e sub-statale. Dal punto di vista metodologico, il lavoro combina l’analisi dottrinale delle fonti universali, regionali, dell’UE e italiane con una ricerca qualitativa sul campo. Valuta l’articolo 27 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (PIDCP/ICCPR), la Dichiarazione ONU sulle minoranze, le tutele indirette previste dai principali trattati sui diritti umani, gli strumenti del Consiglio d’Europa (Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali; Carta europea delle lingue regionali o minoritarie) e gli orientamenti tematici dell’Alto Commissario dell’OSCE per le minoranze nazionali. Esamina poi il diritto primario e secondario dell’Unione europea e i limiti della competenza dell’UE, per passare quindi all’architettura costituzionale italiana e alla legislazione ordinaria, in particolare la legge n. 482/1999. Lo studio di caso contrappone due contesti istituzionali. In Provincia di Bolzano, un’autonomia a più livelli, la rappresentanza proporzionale e un sistema scolastico dedicato hanno prodotto garanzie relativamente robuste per i parlanti ladini. Nella Val Fodom veneta, il riconoscimento ai sensi della legge 482/1999 non si è tradotto in una capacità istituzionale, in risorse o in un accesso ai servizi equivalenti. Le evidenze delle interviste e gli indicatori sociolinguistici segnalano una trasmissione linguistica irregolare, un bilinguismo amministrativo debole e un’offerta formativa limitata. La tesi perviene a quattro risultati. Primo, mostra che il sistema italiano resta frammentato, con garanzie più forti in Provincia di Bolzano e un’attuazione più debole in Veneto. Secondo, conferma che i diritti linguistici funzionano come diritti all’identità culturale, richiedendo misure collettive in aggiunta alla protezione individuale. Terzo, individua un divario tra riconoscimento e attuazione nell’ambito della legge 482/1999, evidente nelle limitate previsioni educative e amministrative per i Ladini della Val Fodom. Quarto, propone una traccia di riforma: estendere le garanzie di partecipazione e proporzionalità ai Ladini al di fuori della Provincia di Bolzano, rafforzare i meccanismi di monitoraggio e finanziamento, utilizzare parametri di riferimento del Consiglio d’Europa e dell’UE per la valutazione e sostenere politiche che rafforzino la trasmissione intergenerazionale della lingua. L’esperienza della Val Fodom diventa così sia uno stress test dell’articolo 6 della Costituzione italiana sia un modello per allineare le garanzie internazionali alla prassi interna.
This thesis explains how international guarantees for linguistic minorities translate into national practice in Italy, using the Ladins of Val Fodom as a focused case. It first clarifies the concept of “minority,” showing why no single binding definition exists and why both objective (language, numerical inferiority, non-dominance) and subjective (self-identification and a collective will to persist) elements are required. The thesis maps contested thresholds, nationality and residency debates, and the relevance of minority status at state and sub-state levels. Methodologically, the work combines doctrinal analysis of universal, regional, EU, and Italian sources with qualitative fieldwork. It evaluates ICCPR Article 27, the UN Declaration on Minorities, indirect protections under core human rights treaties, Council of Europe instruments (Framework Convention; European Charter for Regional or Minority Languages), and the OSCE High Commissioner’s thematic guidance. It then examines the EU’s primary and secondary law and the limits of EU competence, before turning to Italy’s constitutional architecture and ordinary legislation, notably Law No. 482/1999. The case study contrasts two institutional environments. In South Tyrol, layered autonomy, proportional representation, and dedicated schooling have produced comparatively robust guarantees for Ladin speakers. In Veneto’s Val Fodom, recognition under Law 482/1999 has not yielded equivalent institutional capacity, resources, or service access. Interview evidence and sociolinguistic indicators point to uneven language transmission, thin administrative bilingualism, and constrained educational offerings. The thesis reaches four results. First, it shows that Italy’s system remains fragmented, with stronger guarantees in South Tyrol and weaker implementation in Veneto. Second, it confirms that linguistic rights function as cultural identity rights, requiring collective measures in addition to individual protection. Third, it identifies a recognition–implementation gap under Law 482/1999, evident in the limited educational and administrative provisions for Val Fodom Ladins. Fourth, it proposes a reform blueprint: extend participation and proportionality safeguards to Ladins outside South Tyrol, reinforce monitoring and funding mechanisms, use Council of Europe and EU benchmarks for evaluation, and support policies that strengthen intergenerational language transmission. The Val Fodom experience thus becomes both a stress test of Article 6 of the Italian Constitution and a model for aligning international guarantees with domestic practice.
From International Guarantees to National Implementation: Protection of Linguistic Minorities in Italy with a Focus on the Ladins of Val Fodom.
GOSTNER, NORA
2024/2025
Abstract
Questa tesi illustra come le garanzie internazionali per le minoranze linguistiche si traducano nella prassi nazionale in Italia, prendendo i Ladini della Val Fodom come caso di studio mirato. In primo luogo, chiarisce il concetto di «minoranza», mostrando perché non esista una definizione vincolante univoca e perché siano necessari sia elementi oggettivi (lingua, inferiorità numerica, non-dominanza) sia elementi soggettivi (autoidentificazione e volontà collettiva di persistere). La tesi mappa le soglie controverse, i dibattiti su cittadinanza e residenza e la rilevanza dello status minoritario a livello statale e sub-statale. Dal punto di vista metodologico, il lavoro combina l’analisi dottrinale delle fonti universali, regionali, dell’UE e italiane con una ricerca qualitativa sul campo. Valuta l’articolo 27 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (PIDCP/ICCPR), la Dichiarazione ONU sulle minoranze, le tutele indirette previste dai principali trattati sui diritti umani, gli strumenti del Consiglio d’Europa (Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali; Carta europea delle lingue regionali o minoritarie) e gli orientamenti tematici dell’Alto Commissario dell’OSCE per le minoranze nazionali. Esamina poi il diritto primario e secondario dell’Unione europea e i limiti della competenza dell’UE, per passare quindi all’architettura costituzionale italiana e alla legislazione ordinaria, in particolare la legge n. 482/1999. Lo studio di caso contrappone due contesti istituzionali. In Provincia di Bolzano, un’autonomia a più livelli, la rappresentanza proporzionale e un sistema scolastico dedicato hanno prodotto garanzie relativamente robuste per i parlanti ladini. Nella Val Fodom veneta, il riconoscimento ai sensi della legge 482/1999 non si è tradotto in una capacità istituzionale, in risorse o in un accesso ai servizi equivalenti. Le evidenze delle interviste e gli indicatori sociolinguistici segnalano una trasmissione linguistica irregolare, un bilinguismo amministrativo debole e un’offerta formativa limitata. La tesi perviene a quattro risultati. Primo, mostra che il sistema italiano resta frammentato, con garanzie più forti in Provincia di Bolzano e un’attuazione più debole in Veneto. Secondo, conferma che i diritti linguistici funzionano come diritti all’identità culturale, richiedendo misure collettive in aggiunta alla protezione individuale. Terzo, individua un divario tra riconoscimento e attuazione nell’ambito della legge 482/1999, evidente nelle limitate previsioni educative e amministrative per i Ladini della Val Fodom. Quarto, propone una traccia di riforma: estendere le garanzie di partecipazione e proporzionalità ai Ladini al di fuori della Provincia di Bolzano, rafforzare i meccanismi di monitoraggio e finanziamento, utilizzare parametri di riferimento del Consiglio d’Europa e dell’UE per la valutazione e sostenere politiche che rafforzino la trasmissione intergenerazionale della lingua. L’esperienza della Val Fodom diventa così sia uno stress test dell’articolo 6 della Costituzione italiana sia un modello per allineare le garanzie internazionali alla prassi interna.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/3820