La tesi indaga come il femminicidio venga narrato dai media, con particolare attenzione al linguaggio, alle strutture narrative e alla costruzione simbolica delle figure coinvolte. L’obiettivo è mostrare come i media, pur denunciando la violenza, contribuiscano alla sua normalizzazione e alla riproduzione di stereotipi di genere attraverso specifici codici comunicativi. Il primo capitolo analizza il linguaggio come costruttore di realtà (Austin, Watzlawick) e il ruolo dei media come amplificatori del discorso (Hall). Viene approfondita l’origine del termine femminicidio, il suo significato politico come strumento di visibilizzazione della violenza di genere e le resistenze mediatiche che per lungo tempo hanno preferito eufemismi come “delitto passionale” o “tragedia familiare”, interpretati come forme di negazione simbolica. Il secondo capitolo si concentra sul ruolo degli stereotipi nella rappresentazione mediatica, partendo dai contributi teorici di Roland Barthes e Stuart Hall. Dopo un excursus storico sulla figura della donna dall’antichità alla società contemporanea, viene analizzata la contrapposizione tra la “vittima angelicata” e la “donna colpevole”, fenomeno che si lega al victim blaming. Il capitolo si chiude con la riflessione sulla violenza come spettacolo: la cronaca nera adotta forme narrative tipiche della fiction, trasformando il femminicidio in contenuto virale e contribuendo a un processo di assuefazione collettiva. Il terzo capitolo costituisce la parte empirica della ricerca. L’analisi mostra come le dinamiche teoriche evidenziate nei capitoli precedenti si manifestino in un caso concreto, rivelando il femminicidio Cecchettin come un potenziale turning point culturale, che ridefinisce i rapporti tra privato e pubblico e il ruolo dei media. Emblematica è la voce di Elena Cecchettin, capace di trasformare il dolore personale in mobilitazione collettiva. Il lavoro mette così in evidenza la natura ambivalente dei media, capaci tanto di normalizzare la violenza attraverso la spettacolarizzazione, quanto di favorire processi di consapevolezza e mobilitazione sociale.
Narrare il femminicidio: il linguaggio dei media tra stereotipi, spettacolarizzazione e attivismo — Il caso Cecchettin come spartiacque culturale e mediatico.
D'AMBROSIO, VERA
2024/2025
Abstract
La tesi indaga come il femminicidio venga narrato dai media, con particolare attenzione al linguaggio, alle strutture narrative e alla costruzione simbolica delle figure coinvolte. L’obiettivo è mostrare come i media, pur denunciando la violenza, contribuiscano alla sua normalizzazione e alla riproduzione di stereotipi di genere attraverso specifici codici comunicativi. Il primo capitolo analizza il linguaggio come costruttore di realtà (Austin, Watzlawick) e il ruolo dei media come amplificatori del discorso (Hall). Viene approfondita l’origine del termine femminicidio, il suo significato politico come strumento di visibilizzazione della violenza di genere e le resistenze mediatiche che per lungo tempo hanno preferito eufemismi come “delitto passionale” o “tragedia familiare”, interpretati come forme di negazione simbolica. Il secondo capitolo si concentra sul ruolo degli stereotipi nella rappresentazione mediatica, partendo dai contributi teorici di Roland Barthes e Stuart Hall. Dopo un excursus storico sulla figura della donna dall’antichità alla società contemporanea, viene analizzata la contrapposizione tra la “vittima angelicata” e la “donna colpevole”, fenomeno che si lega al victim blaming. Il capitolo si chiude con la riflessione sulla violenza come spettacolo: la cronaca nera adotta forme narrative tipiche della fiction, trasformando il femminicidio in contenuto virale e contribuendo a un processo di assuefazione collettiva. Il terzo capitolo costituisce la parte empirica della ricerca. L’analisi mostra come le dinamiche teoriche evidenziate nei capitoli precedenti si manifestino in un caso concreto, rivelando il femminicidio Cecchettin come un potenziale turning point culturale, che ridefinisce i rapporti tra privato e pubblico e il ruolo dei media. Emblematica è la voce di Elena Cecchettin, capace di trasformare il dolore personale in mobilitazione collettiva. Il lavoro mette così in evidenza la natura ambivalente dei media, capaci tanto di normalizzare la violenza attraverso la spettacolarizzazione, quanto di favorire processi di consapevolezza e mobilitazione sociale.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/3827