Il presente lavoro di tesi analizza le criticità connesse all’accertamento del nesso causale nei reati derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche. Le patologie asbesto-correlate, quali carcinoma polmonare, asbestosi e mesotelioma pleurico, sono caratterizzate da periodi di latenza pluridecennali, con un intervallo di oltre trenta o quarant’anni tra l’esposizione alla sostanza nociva e l’insorgenza della malattia. In tale arco temporale possono succedersi più datori di lavoro all’interno della medesima realtà aziendale, ovvero il lavoratore può aver prestato la propria attività presso più aziende, con la conseguenza di una pluralità di garanti, talora inadempienti rispetto agli obblighi di protezione volti a prevenire il rischio lavorativo. La sfida principale risiede, dunque, nell’individuare il soggetto responsabile sotto la cui direzione è avvenuto l’innesco della patologia e nel verificare se le esposizioni successive abbiano contribuito ad anticiparne l’insorgenza, riducendone i tempi di latenza. L’indagine muove dall’analisi dei pilastri della giurisprudenza di legittimità, a partire dalla sentenza Franzese delle Sezioni Unite del 2002, che ha introdotto il paradigma della probabilità logica o credibilità razionale, quale criterio di accertamento causale, funzionale a un giudizio di responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. Tali principi sono stati successivamente applicati sul piano metodologico dalla sentenza Cozzini del 2010, divenuta punto di riferimento nei processi per amianto, che ha ridefinito i criteri di affidabilità del sapere scientifico, richiedendo una rigorosa corroborazione dell’ipotesi accusatoria mediante l’esclusione dei decorsi alternativi nel caso concreto. Il dibattito si concentra sul confronto tra tesi scientifiche contrapposte, in particolare tra la tesi della dose-dipendenza, correlata all’effetto acceleratore delle esposizioni successive, e la teoria della dose-indipendenza, c.d. trigger o killer dose, analizzando come l’adesione all’uno o all’altro orientamento incida sull’imputazione della responsabilità penale nel caso della successione di più garanti. Attraverso l’analisi di casi paradigmatici quali Porto Marghera, Eternit, Fincantieri e Ilva, il lavoro indaga la tensione tra l’esigenza di assicurare un’effettiva tutela alle vittime, talora perseguita mediante modelli di accertamento meno rigorosi, e la necessità di garantire il rispetto dei principi cardine del sistema penale, in particolare quelli di legalità e di responsabilità personale, nonché del rigoroso accertamento probatorio secondo lo standard dell’oltre ogni ragionevole dubbio. In tale prospettiva, si evidenzia la critica dottrinale alla prassi giurisprudenziale di utilizzare dati epidemiologici e statistici, propri della causalità generale, per colmare le lacune probatorie della causalità individuale, con il rischio di una deriva verso modelli di responsabilità fondati sul mero aumento del rischio. In conclusione, il lavoro propone una riflessione sulle prospettive di riforma de iure condendo, evidenziando come l’attuale impasse nell’accertamento della causalità individuale richieda il superamento del modello tradizionale e l’elaborazione di nuove soluzioni interpretative capaci di rispondere alle peculiarità dei reati da esposizione a sostanze tossiche, senza rinunciare alle garanzie fondamentali del sistema penale.

Accertamento del nesso di causalità ed esposizione a sostanze tossiche nel diritto penale

LONGAGNANI, MARIA VITTORIA
2024/2025

Abstract

Il presente lavoro di tesi analizza le criticità connesse all’accertamento del nesso causale nei reati derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche. Le patologie asbesto-correlate, quali carcinoma polmonare, asbestosi e mesotelioma pleurico, sono caratterizzate da periodi di latenza pluridecennali, con un intervallo di oltre trenta o quarant’anni tra l’esposizione alla sostanza nociva e l’insorgenza della malattia. In tale arco temporale possono succedersi più datori di lavoro all’interno della medesima realtà aziendale, ovvero il lavoratore può aver prestato la propria attività presso più aziende, con la conseguenza di una pluralità di garanti, talora inadempienti rispetto agli obblighi di protezione volti a prevenire il rischio lavorativo. La sfida principale risiede, dunque, nell’individuare il soggetto responsabile sotto la cui direzione è avvenuto l’innesco della patologia e nel verificare se le esposizioni successive abbiano contribuito ad anticiparne l’insorgenza, riducendone i tempi di latenza. L’indagine muove dall’analisi dei pilastri della giurisprudenza di legittimità, a partire dalla sentenza Franzese delle Sezioni Unite del 2002, che ha introdotto il paradigma della probabilità logica o credibilità razionale, quale criterio di accertamento causale, funzionale a un giudizio di responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. Tali principi sono stati successivamente applicati sul piano metodologico dalla sentenza Cozzini del 2010, divenuta punto di riferimento nei processi per amianto, che ha ridefinito i criteri di affidabilità del sapere scientifico, richiedendo una rigorosa corroborazione dell’ipotesi accusatoria mediante l’esclusione dei decorsi alternativi nel caso concreto. Il dibattito si concentra sul confronto tra tesi scientifiche contrapposte, in particolare tra la tesi della dose-dipendenza, correlata all’effetto acceleratore delle esposizioni successive, e la teoria della dose-indipendenza, c.d. trigger o killer dose, analizzando come l’adesione all’uno o all’altro orientamento incida sull’imputazione della responsabilità penale nel caso della successione di più garanti. Attraverso l’analisi di casi paradigmatici quali Porto Marghera, Eternit, Fincantieri e Ilva, il lavoro indaga la tensione tra l’esigenza di assicurare un’effettiva tutela alle vittime, talora perseguita mediante modelli di accertamento meno rigorosi, e la necessità di garantire il rispetto dei principi cardine del sistema penale, in particolare quelli di legalità e di responsabilità personale, nonché del rigoroso accertamento probatorio secondo lo standard dell’oltre ogni ragionevole dubbio. In tale prospettiva, si evidenzia la critica dottrinale alla prassi giurisprudenziale di utilizzare dati epidemiologici e statistici, propri della causalità generale, per colmare le lacune probatorie della causalità individuale, con il rischio di una deriva verso modelli di responsabilità fondati sul mero aumento del rischio. In conclusione, il lavoro propone una riflessione sulle prospettive di riforma de iure condendo, evidenziando come l’attuale impasse nell’accertamento della causalità individuale richieda il superamento del modello tradizionale e l’elaborazione di nuove soluzioni interpretative capaci di rispondere alle peculiarità dei reati da esposizione a sostanze tossiche, senza rinunciare alle garanzie fondamentali del sistema penale.
2024
nesso di causalità
amianto
effetto acceleratore
trigger dose
certezza processuale
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