La presente tesi affronta l’evoluzione delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite quale fenomeno giuridico e istituzionale sviluppatosi in assenza di una base testuale espressa nella Carta del 1945, ma progressivamente consolidatosi attraverso la prassi degli organi politici e l’elaborazione dottrinale. L’indagine si colloca nell’ambito del diritto delle organizzazioni internazionali e muove dall’interrogativo centrale circa il fondamento normativo e i limiti funzionali di uno strumento, quello del peacekeeping, divenuto cardine dell’azione dell’Organizzazione nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nel primo capitolo si ricostruisce il quadro giuridico di riferimento: dal sistema di sicurezza collettivo delineato dalla Carta, al dibattito sull’inquadramento giuridico e normativo delle operazioni di peacekeeping. L’analisi affronta altresì i principi cardine del peacekeeping – consenso delle parti, imparzialità e uso della forza limitato alla legittima difesa – evidenziandone l’evoluzione nella prassi, nonché lo status giuridico del personale ONU, i meccanismi convenzionali che ne garantiscono privilegi e immunità e la complessa questione della responsabilità internazionale dell’Organizzazione e degli Stati contributori di truppe. Il secondo capitolo propone una periodizzazione delle missioni di peacekeeping in tre “generazioni”. La fase tradizionale (1948 – 1988) è caratterizzata da missioni di osservazione, monitoraggio e interposizione fondate sul consenso delle parti, sull’imparzialità e sulla limitazione dell’uso della forza alla legittima difesa. La stagione post-Guerra fredda (1989 – 1999) segna il passaggio a operazioni multidimensionali – di seconda generazione – investite di compiti di assistenza elettorale, ricostruzione istituzionale e supporto alla transizione politica, rilevando al contempo le fragilità di un modello chiamato ad operare in contesti di conflitto interno e collasso statuale. Dal 2000 in avanti si afferma una terza fase, contraddistinta da mandati complessi, integrazione tra componenti militari e civili e progressiva estensione delle competenze, sino all’autorizzazione all’uso della forza per la protezione dei civili. Il terzo capitolo verifica tali trasformazioni e l’impianto giuridico delle missioni attraverso un’analisi comparata di tre missioni emblematiche: la United Nations Peacekeeping Force in Cyprus (UNFICYP), quale espressione paradigmatica del modello classico di interposizione; la United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), oggetto di un significativo rafforzamento del mandato e banco di prova della tensione tra consenso e deterrenza; la United Nations Mission in South Sudan (UNMISS), quale esempio di missione contemporanea con mandato esteso alla protezione dei civili in un contesto di conflitto interno e fragilità istituzionale. Il confronto tra tali esperienze consente di evidenziare la differenza di intervento delle Nazioni Unite in diversi contesti territoriali e politici e la progressiva ridefinizione del rapporto tra sovranità statale, uso della forza e tutela effettiva dei diritti fondamentali. Le conclusioni propongono una valutazione critica dell’efficacia delle diverse tipologie di missioni, sostenendo che il successo delle operazioni dipende dalla coerenza tra mandato politico, risorse disponibili e contesto locale. Il peacekeeping si configura così non come un modello statico, ma come uno strumento in continua ridefinizione, la cui legittimazione giuridica e la cui efficacia operativa risultano strettamente connesse alla capacità dell’Organizzazione di coniugare principi normativi e realismo politico.

Le missioni di peacekeeping tra diritto internazionale e pratica operativa: un’analisi comparativa in tre scenari di crisi dal Mediterraneo all’Africa subsahariana

NARDINOCCHI, CATERINA
2024/2025

Abstract

La presente tesi affronta l’evoluzione delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite quale fenomeno giuridico e istituzionale sviluppatosi in assenza di una base testuale espressa nella Carta del 1945, ma progressivamente consolidatosi attraverso la prassi degli organi politici e l’elaborazione dottrinale. L’indagine si colloca nell’ambito del diritto delle organizzazioni internazionali e muove dall’interrogativo centrale circa il fondamento normativo e i limiti funzionali di uno strumento, quello del peacekeeping, divenuto cardine dell’azione dell’Organizzazione nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Nel primo capitolo si ricostruisce il quadro giuridico di riferimento: dal sistema di sicurezza collettivo delineato dalla Carta, al dibattito sull’inquadramento giuridico e normativo delle operazioni di peacekeeping. L’analisi affronta altresì i principi cardine del peacekeeping – consenso delle parti, imparzialità e uso della forza limitato alla legittima difesa – evidenziandone l’evoluzione nella prassi, nonché lo status giuridico del personale ONU, i meccanismi convenzionali che ne garantiscono privilegi e immunità e la complessa questione della responsabilità internazionale dell’Organizzazione e degli Stati contributori di truppe. Il secondo capitolo propone una periodizzazione delle missioni di peacekeeping in tre “generazioni”. La fase tradizionale (1948 – 1988) è caratterizzata da missioni di osservazione, monitoraggio e interposizione fondate sul consenso delle parti, sull’imparzialità e sulla limitazione dell’uso della forza alla legittima difesa. La stagione post-Guerra fredda (1989 – 1999) segna il passaggio a operazioni multidimensionali – di seconda generazione – investite di compiti di assistenza elettorale, ricostruzione istituzionale e supporto alla transizione politica, rilevando al contempo le fragilità di un modello chiamato ad operare in contesti di conflitto interno e collasso statuale. Dal 2000 in avanti si afferma una terza fase, contraddistinta da mandati complessi, integrazione tra componenti militari e civili e progressiva estensione delle competenze, sino all’autorizzazione all’uso della forza per la protezione dei civili. Il terzo capitolo verifica tali trasformazioni e l’impianto giuridico delle missioni attraverso un’analisi comparata di tre missioni emblematiche: la United Nations Peacekeeping Force in Cyprus (UNFICYP), quale espressione paradigmatica del modello classico di interposizione; la United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), oggetto di un significativo rafforzamento del mandato e banco di prova della tensione tra consenso e deterrenza; la United Nations Mission in South Sudan (UNMISS), quale esempio di missione contemporanea con mandato esteso alla protezione dei civili in un contesto di conflitto interno e fragilità istituzionale. Il confronto tra tali esperienze consente di evidenziare la differenza di intervento delle Nazioni Unite in diversi contesti territoriali e politici e la progressiva ridefinizione del rapporto tra sovranità statale, uso della forza e tutela effettiva dei diritti fondamentali. Le conclusioni propongono una valutazione critica dell’efficacia delle diverse tipologie di missioni, sostenendo che il successo delle operazioni dipende dalla coerenza tra mandato politico, risorse disponibili e contesto locale. Il peacekeeping si configura così non come un modello statico, ma come uno strumento in continua ridefinizione, la cui legittimazione giuridica e la cui efficacia operativa risultano strettamente connesse alla capacità dell’Organizzazione di coniugare principi normativi e realismo politico.
2024
Peacekeeping
Sicurezza collettiva
UNFICYP
UNIFIL
UNMISS
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