La presente tesi magistrale si propone di indagare la natura epistemologicamente composita del rapporto tra antropologia e letteratura, dimostrando come tale relazione non costituisca un'area di semplice tangenza tra due domini disciplinari, bensì un campo autonomo di riflessione teorica e metodologica. Il titolo — Per un'antropologia di sfida al labirinto — riprende direttamente la formulazione calviniana, trasponendo la sua valenza all’interno del discorso antropologico riprendendo l'immagine del labirinto come metafora della complessità interpretativa: non ostacolo da aggirare, bensì struttura da abitare con consapevolezza critica. Il lavoro prende le mosse dalla scena d'apertura di Danubio di Claudio Magris, nella quale la ricerca della sorgente del secondo fiume europeo si rivela destinata all'impossibilità: le testimonianze sono discordanti, le targhe commemorative in contraddizione, fino a giungere ad una conclusione paradossale: il Danubio nasce da un rubinetto. Tale incongruenza — la sorgente che non si lascia trovare, l'origine che sfugge a qualsiasi tentativo di fissazione — diventa la cifra teorica attorno alla quale si articola la critica all'identità come categoria stabile e predeterminata. È a partire da questa instabilità costitutiva che il primo capitolo esamina il contributo epistemologico della letteratura: non come ornamento del discorso scientifico, né come suo antagonista, ma come forma di conoscenza capace di illuminare ciò che la scrittura accademica rischia di lasciare nell'ombra — quelle zone in cui solo la narrativa, la poesia o la fantascienza riescono a penetrare, restituendo la complessità dell'esperienza umana senza ridurla a schema. Il secondo capitolo ricostruisce la genealogia della crisi epistemologica che ha attraversato l'antropologia contemporanea a partire dagli anni Ottanta, mettendo a fuoco la questione dell'autorità etnografica e le trasformazioni della scrittura di campo. Il resoconto etnografico non è mai uno specchio neutro della realtà osservata, ma il risultato di scelte narrative situate, di posizionamenti soggettivi e di relazioni di potere che attraversano l'intero processo della ricerca. Da questa consapevolezza nasce l'interesse per quelle opere che, nella storia della disciplina, hanno sostato nel territorio di confine tra scienza e letteratura, interpretate non come cedimento metodologico, bensì come risposta al bisogno di strumenti espressivi all'altezza della complessità dell'incontro etnografico. Il terzo capitolo sviluppa queste implicazioni attraverso l'analisi di Tre modi di fallire di Magnus Course (Meltemi, 2025), incentrato sulla lunga esperienza di campo dell'antropologo scozzese tra le comunità Mapuche del Cile meridionale. La nozione di «fallimento» — nella sua accezione irredimibile, non riscattabile da alcun successo postumo — viene assunta in questa sede come condizione strutturale dell'impresa etnografica e come categoria epistemologica capace di rimettere in discussione le logiche dominanti della produttività accademica. A partire dalle proprie considerazioni personali, Course riscrive il significato dell’esperienza del fallimento, reinterpretandolo non come limite della conoscenza, ma come esperienza generativa di inedite riflessioni disciplinari. La scrittura, analizzata come pratica epistemica, si rivela così il filo conduttore dell'intero elaborato: un invito a un'antropologia capace di abitare l'ambiguità dell'incontro interculturale con rigore e responsabilità.
Per un'antropologia di sfida al labirinto. Verso una narrazione responsiva dell'alterità.
FANI, JACOPO
2024/2025
Abstract
La presente tesi magistrale si propone di indagare la natura epistemologicamente composita del rapporto tra antropologia e letteratura, dimostrando come tale relazione non costituisca un'area di semplice tangenza tra due domini disciplinari, bensì un campo autonomo di riflessione teorica e metodologica. Il titolo — Per un'antropologia di sfida al labirinto — riprende direttamente la formulazione calviniana, trasponendo la sua valenza all’interno del discorso antropologico riprendendo l'immagine del labirinto come metafora della complessità interpretativa: non ostacolo da aggirare, bensì struttura da abitare con consapevolezza critica. Il lavoro prende le mosse dalla scena d'apertura di Danubio di Claudio Magris, nella quale la ricerca della sorgente del secondo fiume europeo si rivela destinata all'impossibilità: le testimonianze sono discordanti, le targhe commemorative in contraddizione, fino a giungere ad una conclusione paradossale: il Danubio nasce da un rubinetto. Tale incongruenza — la sorgente che non si lascia trovare, l'origine che sfugge a qualsiasi tentativo di fissazione — diventa la cifra teorica attorno alla quale si articola la critica all'identità come categoria stabile e predeterminata. È a partire da questa instabilità costitutiva che il primo capitolo esamina il contributo epistemologico della letteratura: non come ornamento del discorso scientifico, né come suo antagonista, ma come forma di conoscenza capace di illuminare ciò che la scrittura accademica rischia di lasciare nell'ombra — quelle zone in cui solo la narrativa, la poesia o la fantascienza riescono a penetrare, restituendo la complessità dell'esperienza umana senza ridurla a schema. Il secondo capitolo ricostruisce la genealogia della crisi epistemologica che ha attraversato l'antropologia contemporanea a partire dagli anni Ottanta, mettendo a fuoco la questione dell'autorità etnografica e le trasformazioni della scrittura di campo. Il resoconto etnografico non è mai uno specchio neutro della realtà osservata, ma il risultato di scelte narrative situate, di posizionamenti soggettivi e di relazioni di potere che attraversano l'intero processo della ricerca. Da questa consapevolezza nasce l'interesse per quelle opere che, nella storia della disciplina, hanno sostato nel territorio di confine tra scienza e letteratura, interpretate non come cedimento metodologico, bensì come risposta al bisogno di strumenti espressivi all'altezza della complessità dell'incontro etnografico. Il terzo capitolo sviluppa queste implicazioni attraverso l'analisi di Tre modi di fallire di Magnus Course (Meltemi, 2025), incentrato sulla lunga esperienza di campo dell'antropologo scozzese tra le comunità Mapuche del Cile meridionale. La nozione di «fallimento» — nella sua accezione irredimibile, non riscattabile da alcun successo postumo — viene assunta in questa sede come condizione strutturale dell'impresa etnografica e come categoria epistemologica capace di rimettere in discussione le logiche dominanti della produttività accademica. A partire dalle proprie considerazioni personali, Course riscrive il significato dell’esperienza del fallimento, reinterpretandolo non come limite della conoscenza, ma come esperienza generativa di inedite riflessioni disciplinari. La scrittura, analizzata come pratica epistemica, si rivela così il filo conduttore dell'intero elaborato: un invito a un'antropologia capace di abitare l'ambiguità dell'incontro interculturale con rigore e responsabilità.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/5895