Il metilfenidato (MPH) è un farmaco psicostimolante, appartenente alla classe dei neurostimolanti. Il meccanismo d’azione consiste nell’inibizione della ricaptazione delle monoammine, mediante il blocco dei trasportatori della dopamina (DAT) e della noradrenalina (NET); di conseguenza, aumenta la disponibilità di tali neurotrasmettitori a livello della fessura sinaptica, migliorando l’attenzione e la concentrazione. Per i suoi effetti e i benefici che ne derivano, il farmaco ha trovato largo impiego anche nell’ambito sportivo, dove viene sempre più utilizzato come sostanza dopante per eludere i limiti fisiologici dell’organismo, migliorando le prestazioni fisiche e cognitive dell’atleta. Il suo impiego nello sport si configura come una forma di “neurodoping”, poiché la sua azione non avviene a livello dei tessuti muscolari, bensì sul sistema nervoso centrale. La fatica è un meccanismo di controllo subconscio che il sistema nervoso centrale attiva per prevenire danni catastrofici all’organismo e preservare l’omeostasi, a scapito della prestazione. Il MPH, aumentando la “spinta dopaminergica”, è in grado di superare questi limiti inibitori, consentendo agli atleti di accedere a riserve cardiorespiratorie e metaboliche normalmente inaccessibili. L’effetto ergogenico del farmaco risulta particolarmente produttivo negli sport di endurance come il ciclismo o la corsa prolungata, specialità caratterizzate dal mantenimento di uno sforzo fisico intenso e prolungato. In particolare, gli studi dimostrano che, mentre in condizioni temperate i benefici registrati sono piuttosto limitati, in condizioni di caldo il MPH consente di mantenere prestazioni elevate e una percezione dello sforzo ridotta, nonostante l’aumento della temperatura corporea, che tenderebbe a influenzare negativamente le prestazioni. L’impiego di MPH diventa particolarmente pericoloso in condizioni di calore ambientale elevato: l’atleta perde la capacità di percepire lo stress termico e cardiaco. Questo deficit sensoriale impedisce il riconoscimento tempestivo dei segnali di pericolo, esponendo il soggetto a complicanze cliniche fatali, tra cui il colpo di calore, la rabdomiolisi e gravi disfunzioni del ritmo cardiaco. I vantaggi prestativi dimostrati hanno portato al suo inserimento nella lista delle sostanze vietate dall’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA), nella classe S6 degli stimolanti. Il suo utilizzo è proibito “solo in competizione”, eccetto per gli atleti con una diagnosi certificata di ADHD, che possono richiedere l’esenzione per fini terapeutici (TUE) mediante una procedura burocratica molto rigorosa. La segnalazione di positività alla sostanza, in assenza di una regolare esenzione terapeutica, è definita dal limite minimo di segnalazione, fissato a 50 ng/mL di MPH immodificato nelle urine. La sua rilevazione nei test antidoping solleva notevoli preoccupazioni, poiché talvolta è difficile distinguere tra un uso dopante immediato e un eventuale residuo terapeutico. Il MPH rappresenta una sfida complessa al doping moderno, con un incremento costante delle segnalazioni negli ultimi due decenni e una gestione spesso controversa delle esenzioni terapeutiche. Se da un lato è uno strumento terapeutico fondamentale per i pazienti e gli atleti che soffrono di ADHD, dall’altro offre un potente strumento di potenziamento prestativo. Il MPH, nonostante la presenza di terapie farmacologiche diverse, viene utilizzato da molti atleti d’élite, mettendo a rischio la loro integrità fisica e aggirando i meccanismi di sicurezza biologica del cervello. Inoltre, resta sempre acceso il dibattito tra chi sostiene il diritto dell’atleta ad essere curato, per non essere svantaggiato, e chi ritiene che l’uso di stimolanti comporti un vantaggio ingiusto, contraddicendo il criterio di equità.
Il Metilfenidato come agente dopante: valutazione dei benefici prestativi e degli effetti collaterali
MONTANARI, ALBERTO
2024/2025
Abstract
Il metilfenidato (MPH) è un farmaco psicostimolante, appartenente alla classe dei neurostimolanti. Il meccanismo d’azione consiste nell’inibizione della ricaptazione delle monoammine, mediante il blocco dei trasportatori della dopamina (DAT) e della noradrenalina (NET); di conseguenza, aumenta la disponibilità di tali neurotrasmettitori a livello della fessura sinaptica, migliorando l’attenzione e la concentrazione. Per i suoi effetti e i benefici che ne derivano, il farmaco ha trovato largo impiego anche nell’ambito sportivo, dove viene sempre più utilizzato come sostanza dopante per eludere i limiti fisiologici dell’organismo, migliorando le prestazioni fisiche e cognitive dell’atleta. Il suo impiego nello sport si configura come una forma di “neurodoping”, poiché la sua azione non avviene a livello dei tessuti muscolari, bensì sul sistema nervoso centrale. La fatica è un meccanismo di controllo subconscio che il sistema nervoso centrale attiva per prevenire danni catastrofici all’organismo e preservare l’omeostasi, a scapito della prestazione. Il MPH, aumentando la “spinta dopaminergica”, è in grado di superare questi limiti inibitori, consentendo agli atleti di accedere a riserve cardiorespiratorie e metaboliche normalmente inaccessibili. L’effetto ergogenico del farmaco risulta particolarmente produttivo negli sport di endurance come il ciclismo o la corsa prolungata, specialità caratterizzate dal mantenimento di uno sforzo fisico intenso e prolungato. In particolare, gli studi dimostrano che, mentre in condizioni temperate i benefici registrati sono piuttosto limitati, in condizioni di caldo il MPH consente di mantenere prestazioni elevate e una percezione dello sforzo ridotta, nonostante l’aumento della temperatura corporea, che tenderebbe a influenzare negativamente le prestazioni. L’impiego di MPH diventa particolarmente pericoloso in condizioni di calore ambientale elevato: l’atleta perde la capacità di percepire lo stress termico e cardiaco. Questo deficit sensoriale impedisce il riconoscimento tempestivo dei segnali di pericolo, esponendo il soggetto a complicanze cliniche fatali, tra cui il colpo di calore, la rabdomiolisi e gravi disfunzioni del ritmo cardiaco. I vantaggi prestativi dimostrati hanno portato al suo inserimento nella lista delle sostanze vietate dall’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA), nella classe S6 degli stimolanti. Il suo utilizzo è proibito “solo in competizione”, eccetto per gli atleti con una diagnosi certificata di ADHD, che possono richiedere l’esenzione per fini terapeutici (TUE) mediante una procedura burocratica molto rigorosa. La segnalazione di positività alla sostanza, in assenza di una regolare esenzione terapeutica, è definita dal limite minimo di segnalazione, fissato a 50 ng/mL di MPH immodificato nelle urine. La sua rilevazione nei test antidoping solleva notevoli preoccupazioni, poiché talvolta è difficile distinguere tra un uso dopante immediato e un eventuale residuo terapeutico. Il MPH rappresenta una sfida complessa al doping moderno, con un incremento costante delle segnalazioni negli ultimi due decenni e una gestione spesso controversa delle esenzioni terapeutiche. Se da un lato è uno strumento terapeutico fondamentale per i pazienti e gli atleti che soffrono di ADHD, dall’altro offre un potente strumento di potenziamento prestativo. Il MPH, nonostante la presenza di terapie farmacologiche diverse, viene utilizzato da molti atleti d’élite, mettendo a rischio la loro integrità fisica e aggirando i meccanismi di sicurezza biologica del cervello. Inoltre, resta sempre acceso il dibattito tra chi sostiene il diritto dell’atleta ad essere curato, per non essere svantaggiato, e chi ritiene che l’uso di stimolanti comporti un vantaggio ingiusto, contraddicendo il criterio di equità.| File | Dimensione | Formato | |
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