Negli ultimi anni il fenomeno del ritiro sociale è diventato oggetto di crescente interesse nel dibattito scientifico, sociale ed educativo, poiché rappresenta una delle manifestazioni più complesse del disagio giovanile contemporaneo. In Giappone questa condizione è definita “hikikomori”, termine che indica adolescenti e "giovani adulti" che scelgono di isolarsi volontariamente dal mondo esterno, interrompendo la frequenza scolastica, l’attività lavorativa e le relazioni sociali. Se in passato il fenomeno appariva circoscritto e relativamente raro, oggi si presenta come una realtà sempre più diffusa e trasversale, assumendo forme e significati differenti. A partire dagli anni Duemila la comunità scientifica ha iniziato a dedicare maggiore attenzione al ritiro sociale, cercando di comprenderne le cause psicologiche, familiari e sociali. Progressivamente si è compreso che il fenomeno non riguarda soltanto l’ambito clinico, ma può essere interpretato anche come una possibile risposta ai profondi cambiamenti che hanno interessato la società contemporanea e le modalità di relazione tra le persone. La maggior parte degli studi pubblicati finora si è concentrata prevalentemente su soggetti maschi, spesso figli unici, appartenenti a contesti socioeconomici medio-alti e con esordio del ritiro tra l’adolescenza e la prima età adulta. Questo orientamento ha portato a trascurare la dimensione di genere e, in particolare, l’esperienza delle ragazze e delle giovani donne, evidenziando una significativa lacuna nella comprensione complessiva del fenomeno. Per questo motivo l’inquadramento scientifico del ritiro sociale risulta ancora in evoluzione e appare sempre più evidente la necessità di un approccio interdisciplinare che coinvolga educatori, psicologi, insegnanti e famiglie. Dal punto di vista sociale, il fenomeno del ritiro riflette alcune fragilità della contemporaneità, caratterizzata da ritmi di vita accelerati, pressione al successo, crescente competizione e centralità dell’immagine. In un contesto in cui il valore personale è spesso associato alla performance e alla visibilità, molti giovani possono sperimentare sentimenti di inadeguatezza, ansia e disorientamento. Il ritiro può quindi rappresentare una forma di difesa dal fallimento e dalle aspettative percepite come eccessive, configurandosi come un tentativo di protezione rispetto a un mondo vissuto come troppo esigente. Anche la società digitale contribuisce ad amplificare tali dinamiche. La connessione costante e l’utilizzo dei social network offrono nuove possibilità di espressione e di appartenenza, ma allo stesso tempo favoriscono dinamiche di confronto continuo che possono alimentare sentimenti di isolamento e solitudine. La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente accentuato queste fragilità: la chiusura delle scuole, la sospensione delle attività sociali e la permanenza prolungata in casa hanno rappresentato un contesto favorevole all’emergere o al consolidarsi di forme di ritiro sociale. La scelta di approfondire questo tema nasce dal mio percorso formativo e dalla prospettiva educativa che caratterizza la mia esperienza professionale come educatrice socio-pedagogica. Il ritiro sociale non riguarda esclusivamente l’ambito clinico, ma interpella direttamente il mondo educativo, coinvolgendo la scuola, la famiglia e i servizi territoriali. L’obiettivo di questo lavoro è delineare un quadro interpretativo del fenomeno del ritiro sociale, analizzandone le caratteristiche, le cause e le implicazioni educative. L’elaborato si articola in cinque capitoli: la definizione e la cornice teorica del fenomeno, l’approfondimento del ritiro sociale femminile, l’impatto della pandemia, le prospettive educative e i possibili interventi, e infine la presentazione di uno studio di caso relativo a un percorso educativo in una situazione di ritiro sociale.
Ritiro Sociale (hikikomori) tra clinica, genere e pandemia: una prospettiva psico-educativa
CECCATI, MARTINA
2024/2025
Abstract
Negli ultimi anni il fenomeno del ritiro sociale è diventato oggetto di crescente interesse nel dibattito scientifico, sociale ed educativo, poiché rappresenta una delle manifestazioni più complesse del disagio giovanile contemporaneo. In Giappone questa condizione è definita “hikikomori”, termine che indica adolescenti e "giovani adulti" che scelgono di isolarsi volontariamente dal mondo esterno, interrompendo la frequenza scolastica, l’attività lavorativa e le relazioni sociali. Se in passato il fenomeno appariva circoscritto e relativamente raro, oggi si presenta come una realtà sempre più diffusa e trasversale, assumendo forme e significati differenti. A partire dagli anni Duemila la comunità scientifica ha iniziato a dedicare maggiore attenzione al ritiro sociale, cercando di comprenderne le cause psicologiche, familiari e sociali. Progressivamente si è compreso che il fenomeno non riguarda soltanto l’ambito clinico, ma può essere interpretato anche come una possibile risposta ai profondi cambiamenti che hanno interessato la società contemporanea e le modalità di relazione tra le persone. La maggior parte degli studi pubblicati finora si è concentrata prevalentemente su soggetti maschi, spesso figli unici, appartenenti a contesti socioeconomici medio-alti e con esordio del ritiro tra l’adolescenza e la prima età adulta. Questo orientamento ha portato a trascurare la dimensione di genere e, in particolare, l’esperienza delle ragazze e delle giovani donne, evidenziando una significativa lacuna nella comprensione complessiva del fenomeno. Per questo motivo l’inquadramento scientifico del ritiro sociale risulta ancora in evoluzione e appare sempre più evidente la necessità di un approccio interdisciplinare che coinvolga educatori, psicologi, insegnanti e famiglie. Dal punto di vista sociale, il fenomeno del ritiro riflette alcune fragilità della contemporaneità, caratterizzata da ritmi di vita accelerati, pressione al successo, crescente competizione e centralità dell’immagine. In un contesto in cui il valore personale è spesso associato alla performance e alla visibilità, molti giovani possono sperimentare sentimenti di inadeguatezza, ansia e disorientamento. Il ritiro può quindi rappresentare una forma di difesa dal fallimento e dalle aspettative percepite come eccessive, configurandosi come un tentativo di protezione rispetto a un mondo vissuto come troppo esigente. Anche la società digitale contribuisce ad amplificare tali dinamiche. La connessione costante e l’utilizzo dei social network offrono nuove possibilità di espressione e di appartenenza, ma allo stesso tempo favoriscono dinamiche di confronto continuo che possono alimentare sentimenti di isolamento e solitudine. La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente accentuato queste fragilità: la chiusura delle scuole, la sospensione delle attività sociali e la permanenza prolungata in casa hanno rappresentato un contesto favorevole all’emergere o al consolidarsi di forme di ritiro sociale. La scelta di approfondire questo tema nasce dal mio percorso formativo e dalla prospettiva educativa che caratterizza la mia esperienza professionale come educatrice socio-pedagogica. Il ritiro sociale non riguarda esclusivamente l’ambito clinico, ma interpella direttamente il mondo educativo, coinvolgendo la scuola, la famiglia e i servizi territoriali. L’obiettivo di questo lavoro è delineare un quadro interpretativo del fenomeno del ritiro sociale, analizzandone le caratteristiche, le cause e le implicazioni educative. L’elaborato si articola in cinque capitoli: la definizione e la cornice teorica del fenomeno, l’approfondimento del ritiro sociale femminile, l’impatto della pandemia, le prospettive educative e i possibili interventi, e infine la presentazione di uno studio di caso relativo a un percorso educativo in una situazione di ritiro sociale.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/6062