Nel corso degli ultimi due secoli, il panorama degli oppioidi ha subito un’evoluzione significativa, passando dall’isolamento della morfina, principale alcaloide dell’oppio, alla sintesi dell’eroina e allo sviluppo di oppioidi completamente sintetici come il fentanil. L’emergere delle Nuove Sostanze Psicoattive (NPS) ha ulteriormente trasformato lo scenario delle sostanze d’abuso, favorendo la comparsa dei nuovi oppioidi sintetici (NSO), caratterizzati da elevata potenza e da un crescente coinvolgimento in casi di intossicazione e decesso. In questo contesto si collocano le orfine, una sottoclasse di derivati benzimidazolonici strutturalmente distinta dagli analoghi del fentanil e caratterizzata da elevata affinità per i recettori μ-oppioidi (MOR). Questa classe di molecole è stata inizialmente studiata con l’obiettivo di sviluppare agonisti selettivi capaci di mantenere l’effetto analgesico riducendo gli effetti collaterali. Tuttavia, le evidenze sperimentali e cliniche attuali confermano la loro capacità di indurre una marcata depressione respiratoria, analogamente agli oppioidi classici. In particolare, la brorfina ha mostrato un’attività agonista al MOR superiore a quella della morfina e comparabile a quella del fentanil, contribuendo a delinearne il rilevante potenziale tossicologico. Dal punto di vista farmacocinetico, l’elevata lipofilia delle orfine favorisce il rapido attraversamento della barriera emato-encefalica e un’importante esposizione cerebrale, fattori che contribuiscono alla loro notevole potenza e al rischio di eventi avversi gravi. Studi in vitro hanno inoltre evidenziato differenze tra gli analoghi delle orfine: mentre orfina e brorfina non hanno mostrato effetti mutageni nei modelli cellulari utilizzati, alcune varianti alogenate hanno dimostrato un aumento della frequenza dei micronuclei, suggerendo un potenziale rischio genotossico. Parallelamente, l’identificazione forense di queste sostanze pone rilevanti criticità. Gli screening immunologici di routine risultano spesso inadeguati per il rilevamento di oppioidi non fentanilici, come le orfine. Tale criticità rende necessario l’impiego di metodiche analitiche ad alta sensibilità, quali la cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa ad alta risoluzione (LC-HRMS) e tecniche spettroscopiche complementari, come NMR e FT-IR. Inoltre, la continua evoluzione del mercato illecito e la possibilità di generare nuovi analoghi mediante modifiche strutturali minime rendono difficile prevedere lo sviluppo futuro del fenomeno. Nel complesso, le orfine costituiscono un esempio emblematico di come l’evoluzione strutturale degli oppioidi, dalla morfina al fentanil fino ai nuovi NSO, stia generando sfide sempre più complesse per la salute pubblica, la tossicologia clinica e la sorveglianza forense, evidenziando la necessità di un costante aggiornamento scientifico e normativo.
Orfine: i nuovi oppioidi del mercato illecito
MIMMO, ANNA MARIA RITA
2024/2025
Abstract
Nel corso degli ultimi due secoli, il panorama degli oppioidi ha subito un’evoluzione significativa, passando dall’isolamento della morfina, principale alcaloide dell’oppio, alla sintesi dell’eroina e allo sviluppo di oppioidi completamente sintetici come il fentanil. L’emergere delle Nuove Sostanze Psicoattive (NPS) ha ulteriormente trasformato lo scenario delle sostanze d’abuso, favorendo la comparsa dei nuovi oppioidi sintetici (NSO), caratterizzati da elevata potenza e da un crescente coinvolgimento in casi di intossicazione e decesso. In questo contesto si collocano le orfine, una sottoclasse di derivati benzimidazolonici strutturalmente distinta dagli analoghi del fentanil e caratterizzata da elevata affinità per i recettori μ-oppioidi (MOR). Questa classe di molecole è stata inizialmente studiata con l’obiettivo di sviluppare agonisti selettivi capaci di mantenere l’effetto analgesico riducendo gli effetti collaterali. Tuttavia, le evidenze sperimentali e cliniche attuali confermano la loro capacità di indurre una marcata depressione respiratoria, analogamente agli oppioidi classici. In particolare, la brorfina ha mostrato un’attività agonista al MOR superiore a quella della morfina e comparabile a quella del fentanil, contribuendo a delinearne il rilevante potenziale tossicologico. Dal punto di vista farmacocinetico, l’elevata lipofilia delle orfine favorisce il rapido attraversamento della barriera emato-encefalica e un’importante esposizione cerebrale, fattori che contribuiscono alla loro notevole potenza e al rischio di eventi avversi gravi. Studi in vitro hanno inoltre evidenziato differenze tra gli analoghi delle orfine: mentre orfina e brorfina non hanno mostrato effetti mutageni nei modelli cellulari utilizzati, alcune varianti alogenate hanno dimostrato un aumento della frequenza dei micronuclei, suggerendo un potenziale rischio genotossico. Parallelamente, l’identificazione forense di queste sostanze pone rilevanti criticità. Gli screening immunologici di routine risultano spesso inadeguati per il rilevamento di oppioidi non fentanilici, come le orfine. Tale criticità rende necessario l’impiego di metodiche analitiche ad alta sensibilità, quali la cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa ad alta risoluzione (LC-HRMS) e tecniche spettroscopiche complementari, come NMR e FT-IR. Inoltre, la continua evoluzione del mercato illecito e la possibilità di generare nuovi analoghi mediante modifiche strutturali minime rendono difficile prevedere lo sviluppo futuro del fenomeno. Nel complesso, le orfine costituiscono un esempio emblematico di come l’evoluzione strutturale degli oppioidi, dalla morfina al fentanil fino ai nuovi NSO, stia generando sfide sempre più complesse per la salute pubblica, la tossicologia clinica e la sorveglianza forense, evidenziando la necessità di un costante aggiornamento scientifico e normativo.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/6082