La tesi analizza il rapporto tra media digitali, cultura e responsabilità nella narrazione della violenza di genere, esplorando il passaggio dalla cyberviolenza alle forme di attivismo online. L’obiettivo è indagare come gli ambienti digitali non solo costituiscano nuovi spazi di manifestazione della violenza, ma anche luoghi centrali di costruzione simbolica, normalizzazione e possibile contrasto del fenomeno. Il primo capitolo esamina la violenza di genere nel contesto digitale, mettendone in luce continuità e trasformazioni rispetto alle dinamiche offline. Dopo aver definito le principali forme di violenza online, l’analisi si concentra sulla dimensione “onlife” delle relazioni, sul legame tra cultura dello stupro e pratiche digitali, sul fenomeno dell’online teen dating violence e sulla condivisione non consensuale di materiale intimo come espressione di misoginia trasposta nel cyberspazio. Viene inoltre approfondito il ruolo ambivalente delle piattaforme, al tempo stesso strumenti di amplificazione e potenziali attori nel contrasto alla violenza. Il secondo capitolo affronta le rappresentazioni mediatiche e culturali della violenza di genere, evidenziando come stereotipi, framing e logiche di spettacolarizzazione contribuiscano alla romanticizzazione e alla normalizzazione di dinamiche tossiche. Dall’analisi della pornografia del dolore nel racconto giornalistico dei femminicidi si passa allo studio del trend del “malessere” su TikTok, che propone modelli relazionali fondati su controllo e possessività, spesso legittimati attraverso ironia e performance digitale. L’attenzione si estende inoltre alla manosfera, alla cultura incel e alle narrazioni redpill, anche attraverso l’esame della serie “Adolescence”, come esempio di rappresentazione del vittimismo maschile e delle retoriche di esclusione. Il terzo capitolo approfondisce l’attivismo digitale come spazio di mobilitazione, consapevolezza e costruzione di contro-narrazioni, ma anche come terreno attraversato da ambivalenze. Se da un lato campagne online e pratiche partecipative contribuiscono a rendere visibile la dimensione sistemica della violenza di genere, dall’altro emergono fenomeni di strumentalizzazione e pink washing, in cui il linguaggio femminista viene cooptato a fini reputazionali o commerciali, svuotandone la portata trasformativa.

Dalla cyberviolenza all’attivismo online: media, cultura e responsabilità nella narrazione della violenza di genere

STRAZZULLI, ILARIA
2024/2025

Abstract

La tesi analizza il rapporto tra media digitali, cultura e responsabilità nella narrazione della violenza di genere, esplorando il passaggio dalla cyberviolenza alle forme di attivismo online. L’obiettivo è indagare come gli ambienti digitali non solo costituiscano nuovi spazi di manifestazione della violenza, ma anche luoghi centrali di costruzione simbolica, normalizzazione e possibile contrasto del fenomeno. Il primo capitolo esamina la violenza di genere nel contesto digitale, mettendone in luce continuità e trasformazioni rispetto alle dinamiche offline. Dopo aver definito le principali forme di violenza online, l’analisi si concentra sulla dimensione “onlife” delle relazioni, sul legame tra cultura dello stupro e pratiche digitali, sul fenomeno dell’online teen dating violence e sulla condivisione non consensuale di materiale intimo come espressione di misoginia trasposta nel cyberspazio. Viene inoltre approfondito il ruolo ambivalente delle piattaforme, al tempo stesso strumenti di amplificazione e potenziali attori nel contrasto alla violenza. Il secondo capitolo affronta le rappresentazioni mediatiche e culturali della violenza di genere, evidenziando come stereotipi, framing e logiche di spettacolarizzazione contribuiscano alla romanticizzazione e alla normalizzazione di dinamiche tossiche. Dall’analisi della pornografia del dolore nel racconto giornalistico dei femminicidi si passa allo studio del trend del “malessere” su TikTok, che propone modelli relazionali fondati su controllo e possessività, spesso legittimati attraverso ironia e performance digitale. L’attenzione si estende inoltre alla manosfera, alla cultura incel e alle narrazioni redpill, anche attraverso l’esame della serie “Adolescence”, come esempio di rappresentazione del vittimismo maschile e delle retoriche di esclusione. Il terzo capitolo approfondisce l’attivismo digitale come spazio di mobilitazione, consapevolezza e costruzione di contro-narrazioni, ma anche come terreno attraversato da ambivalenze. Se da un lato campagne online e pratiche partecipative contribuiscono a rendere visibile la dimensione sistemica della violenza di genere, dall’altro emergono fenomeni di strumentalizzazione e pink washing, in cui il linguaggio femminista viene cooptato a fini reputazionali o commerciali, svuotandone la portata trasformativa.
2024
violenza di genere
violenza digitale
onlife
social media
attivismo
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
Strazzulli.Ilaria.pdf

Accesso riservato

Dimensione 659.29 kB
Formato Adobe PDF
659.29 kB Adobe PDF

I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14251/6269