La presente tesi si propone di indagare Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust superando la tradizionale interpretazione del romanzo di formazione come mero processo di adattamento sociale. L'opera viene letta come un laboratorio di formazione interiore, in cui la costruzione del Sé non avviene per accumulo lineare di conoscenze, ma attraverso la capacità creativa di trasfigurare la materia grezza dell'esperienza in un'opera d'arte redentiva. L'analisi muove dalla psicologia cognitiva di Frederic Charles Bartlett per esaminare la fase iniziale della formazione, caratterizzata dalla costruzione attiva della realtà tramite schemata cognitivi. In questa prospettiva, errore e illusione non sono fallimenti da correggere, bensì motori strutturali dell'apprendimento: lo scarto tra aspettativa mentale e resistenza del reale costringe il soggetto a ristrutturare i propri modelli conoscitivi. Tale dinamica evolve nella crisi violenta dell'incontro con il segno, teorizzato da Gilles Deleuze, la cui intuizione centrale (ovvero il fatto che la Recherche sia rivolta non verso il passato ma verso il futuro) orienta l'intera ricostruzione del percorso formativo. La formazione cessa di essere processo rassicurante per divenire esperienza traumatica e necessaria, in cui gelosia e delusione agiscono come forze di rottura che frantumano le certezze acquisite, obbligando il Narratore a sviluppare un modo nuovo, seppur doloroso, di decifrare il vero. Il percorso si snoda esplorando la dimensione paradossale dell'oblio teorizzata da Paul Ricoeur. Lungi dall'essere una semplice perdita, l'oblio si rivela un meccanismo positivo e creativo, uno spazio di maturazione silenziosa in cui i ricordi, liberati dalla contingenza cronologica, maturano nell'oscurità fino a diventare essenza. Solo la rivelazione devastante dell'azione distruttrice del tempo sulla materia vivente rende inevitabile e urgente l'atto della scrittura. La narrazione emerge così come atto fondativo che unifica i frammenti selezionati dall'oblio, trasformando il tempo cronologico, che distrugge, in tempo narrativo, che salva e redime. In questa sintesi, errori e sofferenze acquisiscono senso in un'architettura coerente, in cui il soggetto smette di subire la storia per diventarne l'Autore. La tesi si conclude evidenziando il ruolo fondamentale del lettore, chiamato a completare il cerchio della formazione. Attraverso la metafora proustiana del libro come strumento ottico si dimostra come l'opera sia un dispositivo aperto che offre al lettore gli strumenti necessari per decifrare la propria vita, trasformando l’atto della lettura in un esercizio di co-creazione dell’identità narrativa.
LA RECHERCHE COME LABORATORIO DI FORMAZIONE. Una lettura pedagogica dell'opera di Marcel Proust
BARONI, SARAH
2025/2026
Abstract
La presente tesi si propone di indagare Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust superando la tradizionale interpretazione del romanzo di formazione come mero processo di adattamento sociale. L'opera viene letta come un laboratorio di formazione interiore, in cui la costruzione del Sé non avviene per accumulo lineare di conoscenze, ma attraverso la capacità creativa di trasfigurare la materia grezza dell'esperienza in un'opera d'arte redentiva. L'analisi muove dalla psicologia cognitiva di Frederic Charles Bartlett per esaminare la fase iniziale della formazione, caratterizzata dalla costruzione attiva della realtà tramite schemata cognitivi. In questa prospettiva, errore e illusione non sono fallimenti da correggere, bensì motori strutturali dell'apprendimento: lo scarto tra aspettativa mentale e resistenza del reale costringe il soggetto a ristrutturare i propri modelli conoscitivi. Tale dinamica evolve nella crisi violenta dell'incontro con il segno, teorizzato da Gilles Deleuze, la cui intuizione centrale (ovvero il fatto che la Recherche sia rivolta non verso il passato ma verso il futuro) orienta l'intera ricostruzione del percorso formativo. La formazione cessa di essere processo rassicurante per divenire esperienza traumatica e necessaria, in cui gelosia e delusione agiscono come forze di rottura che frantumano le certezze acquisite, obbligando il Narratore a sviluppare un modo nuovo, seppur doloroso, di decifrare il vero. Il percorso si snoda esplorando la dimensione paradossale dell'oblio teorizzata da Paul Ricoeur. Lungi dall'essere una semplice perdita, l'oblio si rivela un meccanismo positivo e creativo, uno spazio di maturazione silenziosa in cui i ricordi, liberati dalla contingenza cronologica, maturano nell'oscurità fino a diventare essenza. Solo la rivelazione devastante dell'azione distruttrice del tempo sulla materia vivente rende inevitabile e urgente l'atto della scrittura. La narrazione emerge così come atto fondativo che unifica i frammenti selezionati dall'oblio, trasformando il tempo cronologico, che distrugge, in tempo narrativo, che salva e redime. In questa sintesi, errori e sofferenze acquisiscono senso in un'architettura coerente, in cui il soggetto smette di subire la storia per diventarne l'Autore. La tesi si conclude evidenziando il ruolo fondamentale del lettore, chiamato a completare il cerchio della formazione. Attraverso la metafora proustiana del libro come strumento ottico si dimostra come l'opera sia un dispositivo aperto che offre al lettore gli strumenti necessari per decifrare la propria vita, trasformando l’atto della lettura in un esercizio di co-creazione dell’identità narrativa.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/7965