I collaboratori di giustizia hanno rappresentato e rappresentano tuttora uno strumento imprescindibile nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Risale agli anni ’90 del secolo scorso la prima normativa organica che si è occupata della gestione di chi collabora con la giustizia. Il presente lavoro si è prefisso l’obiettivo di analizzare l’evoluzione normativa che ha condotto all’emanazione del d.l. n. 8/1991, convertito con la l. n. 82/1991, successivamente modificato con la l. n. 45/2001. Ma vero punctum pruriens della ricerca attiene alla gestione processuale del collaboratore di giustizia, il quale attraverso la chiamata di correo fornisce il proprio contributo alle autorità di polizia e giudiziaria. Più nello specifico, la presente trattazione si articola in 3 capitoli: a) con il primo capitolo si intende ripercorrere l’iter evolutivo della normativa premiale nell’ordinamento italiano, fino all’emanazione della l. n. 45/2001, normativa di riferimento in materia di collaboratori di giustizia, dei quali si fornisce anche un inquadramento definitorio; b) nel secondo capitolo si affronta il tema della collaborazione con la giustizia in una prospettiva processuale, procedendo, da un lato, da un punto di vista soggettivo, ad analizzare le vesti processuali che può assumere il collaboratore nell’ambito di un processo penale, dall’altro lato, in chiave oggettiva, esaminando la chiamata in correità, ossia lo strumento che consente al collaboratore di fornire il proprio contributo alla ricostruzione dei fatti e alla individuazione degli autori di reati, con la relativa regola di valutazione ex art. 192 comma 3 c.p.p.; c) da ultimo, il terzo capitolo è dedicato alla descrizione del sistema di protezione approntato dal legislatore per coloro che collaborano con la giustizia, approfondendo quelli che sono gli attori della procedura di ammissione e i relativi presupposti. Vengono anche brevemente illustrati i benefici di cui godono gli imputati collaboranti, sia sul piano penitenziario sia su quello sanzionatorio, nonché lo strumento di cui si è dotato lo Stato nel caso in cui le collaborazioni dovessero risultare non veritiere: ossia la revisione in peius della sentenza che abbia erroneamente riconosciuto i suddetti benefici. Dalla ricerca emerge che la collaborazione con la giustizia da parte degli imputati costituisce certamente uno strumento indispensabile nella lotta alla criminalità organizzata, in specie di stampo mafioso, ma il ridotto grado di attendibilità tradizionalmente riconosciuto alle dichiarazioni dei collaboratori, spesso autori di delitti anche gravi, richiede che il giudice proceda ad un rigoroso vaglio delle medesime, attraverso i c.d. riscontri ex art. 192 comma 3 c.p.p.
I collaboratori di giustizia nel processo penale
CAPPELLETTO, MASSIMO
2025/2026
Abstract
I collaboratori di giustizia hanno rappresentato e rappresentano tuttora uno strumento imprescindibile nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Risale agli anni ’90 del secolo scorso la prima normativa organica che si è occupata della gestione di chi collabora con la giustizia. Il presente lavoro si è prefisso l’obiettivo di analizzare l’evoluzione normativa che ha condotto all’emanazione del d.l. n. 8/1991, convertito con la l. n. 82/1991, successivamente modificato con la l. n. 45/2001. Ma vero punctum pruriens della ricerca attiene alla gestione processuale del collaboratore di giustizia, il quale attraverso la chiamata di correo fornisce il proprio contributo alle autorità di polizia e giudiziaria. Più nello specifico, la presente trattazione si articola in 3 capitoli: a) con il primo capitolo si intende ripercorrere l’iter evolutivo della normativa premiale nell’ordinamento italiano, fino all’emanazione della l. n. 45/2001, normativa di riferimento in materia di collaboratori di giustizia, dei quali si fornisce anche un inquadramento definitorio; b) nel secondo capitolo si affronta il tema della collaborazione con la giustizia in una prospettiva processuale, procedendo, da un lato, da un punto di vista soggettivo, ad analizzare le vesti processuali che può assumere il collaboratore nell’ambito di un processo penale, dall’altro lato, in chiave oggettiva, esaminando la chiamata in correità, ossia lo strumento che consente al collaboratore di fornire il proprio contributo alla ricostruzione dei fatti e alla individuazione degli autori di reati, con la relativa regola di valutazione ex art. 192 comma 3 c.p.p.; c) da ultimo, il terzo capitolo è dedicato alla descrizione del sistema di protezione approntato dal legislatore per coloro che collaborano con la giustizia, approfondendo quelli che sono gli attori della procedura di ammissione e i relativi presupposti. Vengono anche brevemente illustrati i benefici di cui godono gli imputati collaboranti, sia sul piano penitenziario sia su quello sanzionatorio, nonché lo strumento di cui si è dotato lo Stato nel caso in cui le collaborazioni dovessero risultare non veritiere: ossia la revisione in peius della sentenza che abbia erroneamente riconosciuto i suddetti benefici. Dalla ricerca emerge che la collaborazione con la giustizia da parte degli imputati costituisce certamente uno strumento indispensabile nella lotta alla criminalità organizzata, in specie di stampo mafioso, ma il ridotto grado di attendibilità tradizionalmente riconosciuto alle dichiarazioni dei collaboratori, spesso autori di delitti anche gravi, richiede che il giudice proceda ad un rigoroso vaglio delle medesime, attraverso i c.d. riscontri ex art. 192 comma 3 c.p.p.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/8341