La tesi ricostruisce il ruolo di Giuseppe Luosi (Mirandola 1755 - Milano 1830) nella codificazione del Regno d'Italia napoleonico, del quale fu Gran Giudice e ministro della Giustizia dal 1805 al 1814. Il primo capitolo ricostruisce la formazione del giurista negli Stati estensi. Laureatosi a Modena nel 1776, sotto la vigenza delle Costituzioni universitarie del 1772 e a pochi anni dal Codice estense del 1771, Luosi ne trae la convinzione del primato della legge statale; dai vent'anni di avvocatura a Mirandola, cui dal 1788 affianca il notariato, ricava invece la percezione concreta della distanza fra la norma e la sua efficacia. Il secondo capitolo esamina il ministero. Il confronto con il predecessore Spannocchi, il dicastero articolato in cinque Divisioni, il Regolamento organico del 1806, la difesa degli stipendi dei magistrati e il reclutamento fondato sul merito delineano un'azione di governo che privilegia gli apparati. La riforma degli studi pavesi e la scuola di eloquenza pratica legale segnano l'ingresso dello Stato nel controllo dell'accesso al foro, fino ad allora prerogativa dei collegi. Si discute la categoria di giurista «eterodosso» proposta da Adriano Cavanna e si mostra che la collaborazione con Romagnosi conobbe un dissenso reale, sfociato nel rigetto del progetto di regolamento del piacentino. Il terzo capitolo verifica l'ipotesi sul caso più difficile, il codice civile. Autorizzato dalle parole di Napoleone del maggio 1805, Luosi assegnò alla commissione di traduzione anche il compito di individuare le modifiche richieste dalla diversità fra le due nazioni, progettando un «Codice Napoleone italiano». Il confronto fra il rapporto della commissione e quello ministeriale del 24 ottobre mostra però che il ministro selezionò le obiezioni, tacendo il rilievo costituzionale sul divorzio. L'approvazione giunse «senza variazione alcuna». Si seguono quindi l'entrata in vigore, le resistenze dei togati e la sorveglianza ministeriale, collocando la vicenda nel quadro europeo. Il quarto capitolo affronta gli altri codici. Il codice di procedura penale del 1807 fu l'unico testo interamente elaborato da giuristi italiani a giungere alla promulgazione; i lavori penali, di cui Luosi volle pubblicare nel 1807 la Collezione dei travagli in sei volumi, sfociarono invece nel progetto del 1809, che restò senza esito. Il confronto fra i due destini chiude la verifica dell'ipotesi e consente di misurare l'eredità del Gran Giudice.

Il ruolo di Giuseppe Luosi nel processo di codificazione del Regno d'Italia

SGARBANTI, GIOVAN FRANCESCO
2025/2026

Abstract

La tesi ricostruisce il ruolo di Giuseppe Luosi (Mirandola 1755 - Milano 1830) nella codificazione del Regno d'Italia napoleonico, del quale fu Gran Giudice e ministro della Giustizia dal 1805 al 1814. Il primo capitolo ricostruisce la formazione del giurista negli Stati estensi. Laureatosi a Modena nel 1776, sotto la vigenza delle Costituzioni universitarie del 1772 e a pochi anni dal Codice estense del 1771, Luosi ne trae la convinzione del primato della legge statale; dai vent'anni di avvocatura a Mirandola, cui dal 1788 affianca il notariato, ricava invece la percezione concreta della distanza fra la norma e la sua efficacia. Il secondo capitolo esamina il ministero. Il confronto con il predecessore Spannocchi, il dicastero articolato in cinque Divisioni, il Regolamento organico del 1806, la difesa degli stipendi dei magistrati e il reclutamento fondato sul merito delineano un'azione di governo che privilegia gli apparati. La riforma degli studi pavesi e la scuola di eloquenza pratica legale segnano l'ingresso dello Stato nel controllo dell'accesso al foro, fino ad allora prerogativa dei collegi. Si discute la categoria di giurista «eterodosso» proposta da Adriano Cavanna e si mostra che la collaborazione con Romagnosi conobbe un dissenso reale, sfociato nel rigetto del progetto di regolamento del piacentino. Il terzo capitolo verifica l'ipotesi sul caso più difficile, il codice civile. Autorizzato dalle parole di Napoleone del maggio 1805, Luosi assegnò alla commissione di traduzione anche il compito di individuare le modifiche richieste dalla diversità fra le due nazioni, progettando un «Codice Napoleone italiano». Il confronto fra il rapporto della commissione e quello ministeriale del 24 ottobre mostra però che il ministro selezionò le obiezioni, tacendo il rilievo costituzionale sul divorzio. L'approvazione giunse «senza variazione alcuna». Si seguono quindi l'entrata in vigore, le resistenze dei togati e la sorveglianza ministeriale, collocando la vicenda nel quadro europeo. Il quarto capitolo affronta gli altri codici. Il codice di procedura penale del 1807 fu l'unico testo interamente elaborato da giuristi italiani a giungere alla promulgazione; i lavori penali, di cui Luosi volle pubblicare nel 1807 la Collezione dei travagli in sei volumi, sfociarono invece nel progetto del 1809, che restò senza esito. Il confronto fra i due destini chiude la verifica dell'ipotesi e consente di misurare l'eredità del Gran Giudice.
2025
Giuseppe Luosi
Mirandola
Codice penale
Codice civile
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14251/8465