La presente tesi analizza la giustizia riparativa come paradigma che, affiancandosi alla risposta penale tradizionale, propone un diverso modo di guardare al reato: non più soltanto come violazione della norma, ma come frattura che coinvolge persone e relazioni. Muovendo dalle origini della restorative justice e dal superamento della concezione esclusivamente retributiva, l’elaborato si interroga sul significato profondo della riparazione – intesa in una dimensione ampia, personale e relazionale, non sovrapponibile al mero risarcimento economico né a una forma mitigata di pena – e sulla possibilità di inserirla nel sistema penale senza snaturarne le garanzie. A tal fine, la ricerca esplora le profonde matrici antropologiche, filosofiche, criminologiche e religiose che hanno ispirato e legittimato questo mutamento culturale, evidenziando come la sua progressiva affermazione sia stata guidata in modo determinante dall'impulso delle fonti internazionali ed europee, in primis le direttrici tracciate da Nazioni Unite, Consiglio d'Europa e Unione europea. Su tali premesse, lo studio esamina il difficile ingresso di questo paradigma nell’ordinamento italiano, storicamente caratterizzato da interventi frammentari. La Riforma Cartabia (d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150) rappresenta il momento di svolta, riconoscendo alla giustizia riparativa uno spazio autonomo. Nell'analizzare l'intera disciplina organica di recente introduzione, l'elaborato compie un costante e rigoroso confronto con i principi costituzionali e le garanzie processuali. L’attenzione si concentra sull'equilibrio realizzato tra la dimensione riparativa e i principi fondanti della giustizia penale: in quest'ottica assumono rilievo cruciale la volontarietà e l’effettività del consenso, la riservatezza del percorso e la necessaria separazione tra lo spazio riparativo e l'accertamento della responsabilità. Particolare attenzione è dedicata all’art. 129-bis c.p.p., che costituisce la norma-cerniera del sistema: essa consente al procedimento di aprirsi verso il percorso riparativo senza che questo si trasformi in una fase del processo. Proprio la netta distinzione tra i due binari permette di superare le principali obiezioni rivolte all’istituto, dal rischio di condizionamento dell’imputato alla compromissione della presunzione di innocenza, fino al pericolo di un utilizzo delle pratiche riparative in chiave meramente deflattiva. La tesi affronta, inoltre, i limiti intrinseci dell'istituto, confrontandosi con il rischio di una "privatizzazione" del conflitto penale. L'elaborato dimostra come la valorizzazione della vittima non implichi la restituzione della pretesa punitiva alla dimensione privata, e come, parallelamente, la partecipazione dell’autore dell’offesa non possa mai tradursi in una rinuncia alle garanzie processuali. In conclusione, l’obiettivo dell’elaborato è mostrare come la giustizia riparativa non debba essere interpretata né come un'alternativa assoluta alla giustizia penale, né come un semplice strumento di efficienza. La sua vera innovazione risiede nell’affiancare al giudizio sul fatto l'ascolto delle persone colpite, aprendo uno spazio per la responsabilità. La sfida posta dalla Riforma non consiste nel sostituire il paradigma punitivo, ma nel verificare se due diverse modalità di risposta al reato possano convivere preservando la rispettiva autonomia. È nella ricerca di questo delicato equilibrio tra esigenze di accertamento e bisogni di ricomposizione che la tesi individua la reale portata della giustizia riparativa e la sua capacità di interrogare il significato stesso della giurisdizione penale.

GIUSTIZIA RIPARATIVA E PROCEDIMENTO PENALE

MALAVOLTA, CECILIA
2025/2026

Abstract

La presente tesi analizza la giustizia riparativa come paradigma che, affiancandosi alla risposta penale tradizionale, propone un diverso modo di guardare al reato: non più soltanto come violazione della norma, ma come frattura che coinvolge persone e relazioni. Muovendo dalle origini della restorative justice e dal superamento della concezione esclusivamente retributiva, l’elaborato si interroga sul significato profondo della riparazione – intesa in una dimensione ampia, personale e relazionale, non sovrapponibile al mero risarcimento economico né a una forma mitigata di pena – e sulla possibilità di inserirla nel sistema penale senza snaturarne le garanzie. A tal fine, la ricerca esplora le profonde matrici antropologiche, filosofiche, criminologiche e religiose che hanno ispirato e legittimato questo mutamento culturale, evidenziando come la sua progressiva affermazione sia stata guidata in modo determinante dall'impulso delle fonti internazionali ed europee, in primis le direttrici tracciate da Nazioni Unite, Consiglio d'Europa e Unione europea. Su tali premesse, lo studio esamina il difficile ingresso di questo paradigma nell’ordinamento italiano, storicamente caratterizzato da interventi frammentari. La Riforma Cartabia (d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150) rappresenta il momento di svolta, riconoscendo alla giustizia riparativa uno spazio autonomo. Nell'analizzare l'intera disciplina organica di recente introduzione, l'elaborato compie un costante e rigoroso confronto con i principi costituzionali e le garanzie processuali. L’attenzione si concentra sull'equilibrio realizzato tra la dimensione riparativa e i principi fondanti della giustizia penale: in quest'ottica assumono rilievo cruciale la volontarietà e l’effettività del consenso, la riservatezza del percorso e la necessaria separazione tra lo spazio riparativo e l'accertamento della responsabilità. Particolare attenzione è dedicata all’art. 129-bis c.p.p., che costituisce la norma-cerniera del sistema: essa consente al procedimento di aprirsi verso il percorso riparativo senza che questo si trasformi in una fase del processo. Proprio la netta distinzione tra i due binari permette di superare le principali obiezioni rivolte all’istituto, dal rischio di condizionamento dell’imputato alla compromissione della presunzione di innocenza, fino al pericolo di un utilizzo delle pratiche riparative in chiave meramente deflattiva. La tesi affronta, inoltre, i limiti intrinseci dell'istituto, confrontandosi con il rischio di una "privatizzazione" del conflitto penale. L'elaborato dimostra come la valorizzazione della vittima non implichi la restituzione della pretesa punitiva alla dimensione privata, e come, parallelamente, la partecipazione dell’autore dell’offesa non possa mai tradursi in una rinuncia alle garanzie processuali. In conclusione, l’obiettivo dell’elaborato è mostrare come la giustizia riparativa non debba essere interpretata né come un'alternativa assoluta alla giustizia penale, né come un semplice strumento di efficienza. La sua vera innovazione risiede nell’affiancare al giudizio sul fatto l'ascolto delle persone colpite, aprendo uno spazio per la responsabilità. La sfida posta dalla Riforma non consiste nel sostituire il paradigma punitivo, ma nel verificare se due diverse modalità di risposta al reato possano convivere preservando la rispettiva autonomia. È nella ricerca di questo delicato equilibrio tra esigenze di accertamento e bisogni di ricomposizione che la tesi individua la reale portata della giustizia riparativa e la sua capacità di interrogare il significato stesso della giurisdizione penale.
2025
GIUSTIZIA RIPARATIVA
PROCEDIMENTO PENALE
RIFORMA CARTABIA
MEDIAZIONE PENALE
VITTIMA DEL REATO
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14251/8466