Che cosa resta di una tradizione quando non resta una “cosa”? Se il bene culturale è stato a lungo concepito dal diritto come «testimonianza materiale avente valore di civiltà», il riconoscimento di un patrimonio culturale immateriale ha imposto un cambiamento di prospettiva: può essere oggetto di tutela anche un sapere, una pratica, una tecnica, un rito o una forma di espressione esistente soltanto nella misura in cui viene esercitata, identificata e tramandata da una comunità, un gruppo o un singolo individuo. È necessario che esista il substrato umano, qualcuno che garantisca a questi “beni volatili”, «insieme identici e mutevoli», di continuare a vivere nel tempo. Qualcuno, altresì, che li tuteli e li valorizzi, specie di fronte alle sfide poste in essere dalla transizione digitale e dalla globalizzazione. Le “res quae tangi non possunt” vengono portate sul palcoscenico mondiale e, sotto l’ala di Convenzioni internazionali e Carte nazionali, debbono mantenere le proprie unicità e autenticità, in nome di fondamentali e incomprimibili diritti e libertà culturali. Ma che cosa accade quando la tradizione che si intende preservare entra in conflitto con un altro interesse inviolabile dell’ordinamento? L'analisi delle medicine non convenzionali riconosciute dall’Unesco mette in luce un apparente paradosso: una medesima pratica può essere meritevole di tutela e valorizzazione in quanto espressione culturale e, al contempo, essere sottoposta a limiti, controlli e regolazioni in ragione dell'interesse pubblico alla tutela della salute. È proprio in questo spazio di tensione che emerge la funzione dell'amministrazione, chiamata, da un lato, alla salvaguardia della diversità culturale e della trasmissione dei saperi, e, dall'altro, alla protezione della persona e della sicurezza pubblica. La valorizzazione si configura così non come mera promozione del patrimonio, ma come attività capace di confrontarsi con i limiti e le responsabilità derivanti dall'ordinamento. Quale caso emblematico, tramite cui osservare questa delicata attività di conferimento di valore, viene analizzata la pratica dell’assistenza ostetrica, entrata a far parte del patrimonio intangibile nel 2023. Nel corso della sua evoluzione, il sapere ostetrico continua ad essere influenzato dal territorio ove viene tramandato; ma, a sua volta, può plasmare l’ambiente attorno a lui. Perché cultura e comunità si condizioneranno sempre. L’ordinamento, in una prospettiva di rinascita delle tradizioni, è chiamato a tutelare e valorizzare queste ultime, nel senso di individuare le condizioni affinché esse possano continuare ad essere trasmesse e a costituire espressione dell'identità di una comunità, senza rinunziare alle garanzie poste a tutela della persona. Preservare saperi ancestrali non rappresenta un ritorno al passato: è, all’opposto, la chiave per conoscere il presente e aprire la finestra del futuro.
La tradizione come cura. Il riconoscimento giuridico dei saperi terapeutici e ostetrici come patrimonio culturale immateriale.
ARAVECCHIA, MARINA
2025/2026
Abstract
Che cosa resta di una tradizione quando non resta una “cosa”? Se il bene culturale è stato a lungo concepito dal diritto come «testimonianza materiale avente valore di civiltà», il riconoscimento di un patrimonio culturale immateriale ha imposto un cambiamento di prospettiva: può essere oggetto di tutela anche un sapere, una pratica, una tecnica, un rito o una forma di espressione esistente soltanto nella misura in cui viene esercitata, identificata e tramandata da una comunità, un gruppo o un singolo individuo. È necessario che esista il substrato umano, qualcuno che garantisca a questi “beni volatili”, «insieme identici e mutevoli», di continuare a vivere nel tempo. Qualcuno, altresì, che li tuteli e li valorizzi, specie di fronte alle sfide poste in essere dalla transizione digitale e dalla globalizzazione. Le “res quae tangi non possunt” vengono portate sul palcoscenico mondiale e, sotto l’ala di Convenzioni internazionali e Carte nazionali, debbono mantenere le proprie unicità e autenticità, in nome di fondamentali e incomprimibili diritti e libertà culturali. Ma che cosa accade quando la tradizione che si intende preservare entra in conflitto con un altro interesse inviolabile dell’ordinamento? L'analisi delle medicine non convenzionali riconosciute dall’Unesco mette in luce un apparente paradosso: una medesima pratica può essere meritevole di tutela e valorizzazione in quanto espressione culturale e, al contempo, essere sottoposta a limiti, controlli e regolazioni in ragione dell'interesse pubblico alla tutela della salute. È proprio in questo spazio di tensione che emerge la funzione dell'amministrazione, chiamata, da un lato, alla salvaguardia della diversità culturale e della trasmissione dei saperi, e, dall'altro, alla protezione della persona e della sicurezza pubblica. La valorizzazione si configura così non come mera promozione del patrimonio, ma come attività capace di confrontarsi con i limiti e le responsabilità derivanti dall'ordinamento. Quale caso emblematico, tramite cui osservare questa delicata attività di conferimento di valore, viene analizzata la pratica dell’assistenza ostetrica, entrata a far parte del patrimonio intangibile nel 2023. Nel corso della sua evoluzione, il sapere ostetrico continua ad essere influenzato dal territorio ove viene tramandato; ma, a sua volta, può plasmare l’ambiente attorno a lui. Perché cultura e comunità si condizioneranno sempre. L’ordinamento, in una prospettiva di rinascita delle tradizioni, è chiamato a tutelare e valorizzare queste ultime, nel senso di individuare le condizioni affinché esse possano continuare ad essere trasmesse e a costituire espressione dell'identità di una comunità, senza rinunziare alle garanzie poste a tutela della persona. Preservare saperi ancestrali non rappresenta un ritorno al passato: è, all’opposto, la chiave per conoscere il presente e aprire la finestra del futuro.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/8561