La tesi indaga il genere crime come anatomia del male, muovendo dalla sua genealogia narrativa fino alle odierne declinazioni mediali e a una prova di scrittura creativa che ne mette alla prova i codici. La prima parte ricostruisce la genealogia del crime: dalle narrazioni mitico-religiose e dai testi fondativi, in cui l’omicidio ha funzione simbolica e morale, alle tracce proto-crime in tragedia greca, Mille e una notte e Gong’an cinese, fino al romanzo gotico che pone la fascinazione per la violenza al centro della scena. Vengono poi affrontati l’Ottocento di Poe e Conan Doyle, la nascita del canone investigativo classico e lo spostamento verso gli Stati Uniti con hard-boiled e noir, dove il crimine diventa specchio di crisi sociale e corruzione sistemica. Su questo sfondo si innesta il thriller psicologico, che sposta il fuoco dal “chi” al “perché”, facendo della genesi interiore del male – da Ripley a Lecter e Bateman – una lente critica sulle alienazioni contemporanee. Una seconda direttrice di analisi si concentra sul corpo del fruitore e sul “piacere del male”, interrogando l’attrazione per ferita, trauma e abiezione. Attraverso Burke, Freud, Seltzer, Sontag, Kristeva, le neuroscienze e la fenomenologia di Sobchack, il lavoro esplora la tensione tra sublime, perturbante, wound culture e trauma spectacle, mostrando come la suspense agisca come dispositivo somatico e come il realismo effettivo dipenda dall’intensità della risposta corporea più che dall’esattezza referenziale. Il crime contemporaneo emerge così come palestra narrativa in cui il pubblico esercita empatia, teoria della mente e decodifica delle intenzioni altrui, entro uno spazio liminale in cui pietà, disgusto e jouissance coesistono. Il baricentro si sposta poi sulla riscrittura mediale del crimine reale: casi come i fratelli Menéndez o l’omicidio di Chiara Poggi vengono letti come testi aperti, continuamente riframizzati da docuserie, podcast e social media, fino a produrre simulacri iperreali in cui la verità del racconto sopravanza quella storica. Servendosi di Eco, Barthes, Goffman, Jenkins e Baudrillard, la tesi analizza sia la performance del male (con Bundy come paradigma di assassino-regista della propria immagine, capace di oscurare le vittime), sia l’ascesa del fruitore a prosumer e poi produser, tra inchieste collaborative, vigilantismo digitale e gamification dell’orrore. Il crimine diventa così un non-luogo in cui dato storico, verità emotiva e ricerca di trame coerenti entrano in conflitto, rivelando il potere plastico del racconto e la responsabilità etica di chi lo costruisce. Infine, una sperimentazione di scrittura creativa mette in pratica i dispositivi analizzati, misurandosi con suspense, gestione del non detto, isolamento percettivo e rappresentazione della violenza. Il racconto si configura come laboratorio di embodiment in cui la teoria si fa carne e parola, sondando se la bellezza della struttura possa contenere l’atrocità del gesto senza neutralizzarlo né ridurlo a spettacolo voyeuristico. In un immaginario saturo di crimine, questa anatomia non seziona solo il corpo della vittima o la mente dell’assassino, ma il nostro stesso atto di vedere, interrogando il modo in cui trasformiamo l’innominabile in architettura testuale per dimorarvi senza esserne inghiottiti.

Anatomia del male: genesi, fascinazione e riscrittura del reale nelle narrazioni crime

DI BARI, MARIA TERESA
2024/2025

Abstract

La tesi indaga il genere crime come anatomia del male, muovendo dalla sua genealogia narrativa fino alle odierne declinazioni mediali e a una prova di scrittura creativa che ne mette alla prova i codici. La prima parte ricostruisce la genealogia del crime: dalle narrazioni mitico-religiose e dai testi fondativi, in cui l’omicidio ha funzione simbolica e morale, alle tracce proto-crime in tragedia greca, Mille e una notte e Gong’an cinese, fino al romanzo gotico che pone la fascinazione per la violenza al centro della scena. Vengono poi affrontati l’Ottocento di Poe e Conan Doyle, la nascita del canone investigativo classico e lo spostamento verso gli Stati Uniti con hard-boiled e noir, dove il crimine diventa specchio di crisi sociale e corruzione sistemica. Su questo sfondo si innesta il thriller psicologico, che sposta il fuoco dal “chi” al “perché”, facendo della genesi interiore del male – da Ripley a Lecter e Bateman – una lente critica sulle alienazioni contemporanee. Una seconda direttrice di analisi si concentra sul corpo del fruitore e sul “piacere del male”, interrogando l’attrazione per ferita, trauma e abiezione. Attraverso Burke, Freud, Seltzer, Sontag, Kristeva, le neuroscienze e la fenomenologia di Sobchack, il lavoro esplora la tensione tra sublime, perturbante, wound culture e trauma spectacle, mostrando come la suspense agisca come dispositivo somatico e come il realismo effettivo dipenda dall’intensità della risposta corporea più che dall’esattezza referenziale. Il crime contemporaneo emerge così come palestra narrativa in cui il pubblico esercita empatia, teoria della mente e decodifica delle intenzioni altrui, entro uno spazio liminale in cui pietà, disgusto e jouissance coesistono. Il baricentro si sposta poi sulla riscrittura mediale del crimine reale: casi come i fratelli Menéndez o l’omicidio di Chiara Poggi vengono letti come testi aperti, continuamente riframizzati da docuserie, podcast e social media, fino a produrre simulacri iperreali in cui la verità del racconto sopravanza quella storica. Servendosi di Eco, Barthes, Goffman, Jenkins e Baudrillard, la tesi analizza sia la performance del male (con Bundy come paradigma di assassino-regista della propria immagine, capace di oscurare le vittime), sia l’ascesa del fruitore a prosumer e poi produser, tra inchieste collaborative, vigilantismo digitale e gamification dell’orrore. Il crimine diventa così un non-luogo in cui dato storico, verità emotiva e ricerca di trame coerenti entrano in conflitto, rivelando il potere plastico del racconto e la responsabilità etica di chi lo costruisce. Infine, una sperimentazione di scrittura creativa mette in pratica i dispositivi analizzati, misurandosi con suspense, gestione del non detto, isolamento percettivo e rappresentazione della violenza. Il racconto si configura come laboratorio di embodiment in cui la teoria si fa carne e parola, sondando se la bellezza della struttura possa contenere l’atrocità del gesto senza neutralizzarlo né ridurlo a spettacolo voyeuristico. In un immaginario saturo di crimine, questa anatomia non seziona solo il corpo della vittima o la mente dell’assassino, ma il nostro stesso atto di vedere, interrogando il modo in cui trasformiamo l’innominabile in architettura testuale per dimorarvi senza esserne inghiottiti.
2024
Crime Fiction
True Crime
Narratologia
Produsage
Embodiment
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