La tesi indaga il rapporto tra Don Lorenzo Milani ed educazione alla pace, assumendo come chiave interpretativa un’idea di pace che non coincide con la sola assenza di guerra, ma con la costruzione di condizioni sociali, linguistiche e politiche capaci di contrastare violenza, esclusione e subordinazione. Il lavoro si muove lungo quattro assi: la ricostruzione delle principali cornici teoriche della peace education; l’analisi del pacifismo e della formazione civile nell’Italia del secondo Novecento; la rilettura del pensiero e della pratica educativa milaniana come contributo originale alla pedagogia della pace; l’attualizzazione di tali acquisizioni dentro il quadro delle politiche educative contemporanee. Nel primo capitolo, la peace education viene definita come un campo plurale, nato dall’urgenza di rispondere a forme ricorrenti di violenza e progressivamente strutturatosi attraverso apporti teorici, istituzionali e pedagogici differenti. La distinzione fra pace negativa e pace positiva consente di chiarire che l’educazione alla pace non può limitarsi alla prevenzione del conflitto armato, ma deve investire le radici strutturali dell’ingiustizia, della disuguaglianza e della marginalizzazione. Il secondo capitolo colloca il tema nel contesto italiano, seguendo le radici del pacifismo laico e della nonviolenza nel secondo Novecento. La pace viene letta non come orizzonte astratto, ma come criterio civile e politico che attraversa il dibattito pubblico, l’obiezione di coscienza, il rapporto fra servizio militare e servizio civile, il dissenso cattolico e il compito della scuola repubblicana. Figure come Aldo Capitini ed Ernesto Balducci mostrano come la nonviolenza, per diventare storicamente incisiva, debba tradursi in progetto educativo e in responsabilità collettiva. Il terzo capitolo costituisce il nucleo interpretativo del lavoro. Don Milani viene inserito nel filo rosso del pacifismo educativo italiano, ma senza appiattirlo su tradizioni già date. La scuola, nel pensiero milaniano, non è neutrale: o riproduce la disuguaglianza oppure la contrasta, restituendo voce a chi ne è stato privato. Da qui la centralità della parola come strumento di emancipazione e della Costituzione come riferimento etico-politico concreto. La lettura della Lettera ai cappellani militari e della Lettera ai giudici consente di mostrare come, in Milani, obbedienza, coscienza e disobbedienza civile si articolino in una forma di legalità nonviolenta, fondata sul primato della responsabilità personale rispetto al conformismo. La scuola di Barbiana viene così interpretata come laboratorio di pace: il tempo pieno, la scrittura collettiva, la cooperazione, l’attenzione agli ultimi e la lotta contro la selezione scolastica diventano pratiche di giustizia, prima ancora che metodologie didattiche. Il quarto capitolo porta il discorso sul presente e verifica l’attualità dell’eredità milaniana dentro le politiche e le pratiche educative contemporanee. Le cornici UNESCO, il target 4.7 dell’Agenda 2030, il RFCDC del Consiglio d’Europa e le prospettive della global citizenship education mostrano che l’educazione alla pace oggi passa attraverso la progettazione curricolare, la didattica cooperativa, la gestione educativa dei conflitti, la cittadinanza digitale e la media and information literacy. L a tesi insiste sulla necessità di strumenti valutativi coerenti: indicatori, rubriche, documentazione e osservazione formativa servono a rendere visibili competenze come agency, pensiero critico, responsabilità comunicativa e capacità di vivere democraticamente il pluralismo. Nel complesso, il lavoro sostiene che Don Lorenzo Milani rappresenti una figura centrale per ripensare l’educazione alla pace in termini non retorici. Non c’è pace senza giustizia sociale, non c’è cittadinanza democratica senza accesso alla parola.
Don Lorenzo Milani e l'educazione alla pace: coscienza, giustizia sociale e cittadinanza democratica
FERRARI, VALERIA
2024/2025
Abstract
La tesi indaga il rapporto tra Don Lorenzo Milani ed educazione alla pace, assumendo come chiave interpretativa un’idea di pace che non coincide con la sola assenza di guerra, ma con la costruzione di condizioni sociali, linguistiche e politiche capaci di contrastare violenza, esclusione e subordinazione. Il lavoro si muove lungo quattro assi: la ricostruzione delle principali cornici teoriche della peace education; l’analisi del pacifismo e della formazione civile nell’Italia del secondo Novecento; la rilettura del pensiero e della pratica educativa milaniana come contributo originale alla pedagogia della pace; l’attualizzazione di tali acquisizioni dentro il quadro delle politiche educative contemporanee. Nel primo capitolo, la peace education viene definita come un campo plurale, nato dall’urgenza di rispondere a forme ricorrenti di violenza e progressivamente strutturatosi attraverso apporti teorici, istituzionali e pedagogici differenti. La distinzione fra pace negativa e pace positiva consente di chiarire che l’educazione alla pace non può limitarsi alla prevenzione del conflitto armato, ma deve investire le radici strutturali dell’ingiustizia, della disuguaglianza e della marginalizzazione. Il secondo capitolo colloca il tema nel contesto italiano, seguendo le radici del pacifismo laico e della nonviolenza nel secondo Novecento. La pace viene letta non come orizzonte astratto, ma come criterio civile e politico che attraversa il dibattito pubblico, l’obiezione di coscienza, il rapporto fra servizio militare e servizio civile, il dissenso cattolico e il compito della scuola repubblicana. Figure come Aldo Capitini ed Ernesto Balducci mostrano come la nonviolenza, per diventare storicamente incisiva, debba tradursi in progetto educativo e in responsabilità collettiva. Il terzo capitolo costituisce il nucleo interpretativo del lavoro. Don Milani viene inserito nel filo rosso del pacifismo educativo italiano, ma senza appiattirlo su tradizioni già date. La scuola, nel pensiero milaniano, non è neutrale: o riproduce la disuguaglianza oppure la contrasta, restituendo voce a chi ne è stato privato. Da qui la centralità della parola come strumento di emancipazione e della Costituzione come riferimento etico-politico concreto. La lettura della Lettera ai cappellani militari e della Lettera ai giudici consente di mostrare come, in Milani, obbedienza, coscienza e disobbedienza civile si articolino in una forma di legalità nonviolenta, fondata sul primato della responsabilità personale rispetto al conformismo. La scuola di Barbiana viene così interpretata come laboratorio di pace: il tempo pieno, la scrittura collettiva, la cooperazione, l’attenzione agli ultimi e la lotta contro la selezione scolastica diventano pratiche di giustizia, prima ancora che metodologie didattiche. Il quarto capitolo porta il discorso sul presente e verifica l’attualità dell’eredità milaniana dentro le politiche e le pratiche educative contemporanee. Le cornici UNESCO, il target 4.7 dell’Agenda 2030, il RFCDC del Consiglio d’Europa e le prospettive della global citizenship education mostrano che l’educazione alla pace oggi passa attraverso la progettazione curricolare, la didattica cooperativa, la gestione educativa dei conflitti, la cittadinanza digitale e la media and information literacy. L a tesi insiste sulla necessità di strumenti valutativi coerenti: indicatori, rubriche, documentazione e osservazione formativa servono a rendere visibili competenze come agency, pensiero critico, responsabilità comunicativa e capacità di vivere democraticamente il pluralismo. Nel complesso, il lavoro sostiene che Don Lorenzo Milani rappresenti una figura centrale per ripensare l’educazione alla pace in termini non retorici. Non c’è pace senza giustizia sociale, non c’è cittadinanza democratica senza accesso alla parola.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14251/6065